Apostolato della Preghiera : ritiro avvento 2018:
Venerdi 30 novembre ritiro diocesano condotto dai missionari mariani.
Meditazione sull importanza della preghiera e sull' importanza di sentirci tutti veri missionari ognuno di noi nel proprio ambiente .
Rosario meditato e Messa solenne.
mercoledì 5 dicembre 2018
sabato 3 novembre 2018
Apostolato della Preghiera : apertura AdP 2018
Apostolato della Preghiera : apertura AdP 2018:
Carissimi,
è iniziato un
nuovo anno pastorale, che ci vedrà impegnati nel testimoniare la bellezza e la
gioia del Vangelo nelle nostre comunità e secondo le vocazioni ricevute dal
Signore. Il suo Cuore è la sorgente di ogni missione, è il luogo sicuro a cui
tornare, è il porto di grazia a cui approdare. Come Consiglio diocesano della
Rete Mondiale di Preghiera del Papa – Apostolato della Preghiera vi auguriamo
un cammino ricco della consolazione e della potenza del Crocifisso Risorto e vi
assicuriamo la nostra preghiera e la nostra vicinanza.
Oltre l’impegno
della nostra preghiera, vogliamo offrirvi un’occasione per approfondire la
spiritualità del Sacro Cuore: il prossimo venerdì
19 ottobre 2018 alle 17,30 sarà in mezzo a noi don Pasquale Ieva, Promotore
regionale AdP. L’incontro si terrà presso la parrocchia Madonna del Rosario,
via A. Guglielmi 8/a, Foggia.
Apriremo così le
attività dell’AdP per l’anno 2018/2019, ma soprattutto avremo modo incontrarci,
stare insieme, conoscerci meglio.
I Sacri Cuori di
Gesù, Maria e Giuseppe vi accompagnino sempre! A presto!
Foggia, 8 ottobre
2018
Il Consiglio
diocesano AdP Foggia-Bovino Il
direttore diocesano
sac. Diego Massimo Di Leo
mercoledì 30 maggio 2018
Apostolato della Preghiera : meditazione maggio
Apostolato della Preghiera : meditazione maggio:
Meditazione mese di maggio
Per la meditazione di questa sera ho
preso spunto dal messaggio del Sacro Cuore del mese di maggio” Cuore di Gesù
tempio Santo di Dio”, dove padre Ottavio De Bertolis, in modo più articolato
commenta questa litania del Sacro Cuore, che potrebbe sembrare fuori luogo, ma non
lo è, perché ci può aiutare a contemplare meglio e bene questo mese di maggio, prepararci
al mese di giugno e alla solennità del Sacro Cuore per aiutarci sempre più a
vivere e ad operare per il bene comune.
Gesù stesso si è presentato come il
tempio di Dio.
Gesù caccia i mercanti dal tempio,
le autorità degli scribi e dei farisei gli domandano il perché, Gesù risponde”
distruggete questo tempio e io in tre giorni lo ricostruirò” San Giovanni scrive
nel suo vangelo “parlava del tempio del suo corpo” La sua umanità è il luogo in
cui si manifesta Dio, figlio di Dio e seconda persona della Trinità ma è anche
uomo, in Gesù vi sono questi due aspetti importanti. Dio e uomo.
Sempre gli uomini hanno costruito
un tempio, una tenda una casa, un edificio, un luogo che ci potesse collegare
al divino:
Il luogo dove prima si manifestava
la presenza di Dio per Israele, era il tempio di Gerusalemme dove vi era l’Arca
dell'Alleanza e custodiva le tavole della legge che Dio aveva dato a Mosè, perciò
essa era anche il luogo della presenza particolare di Dio. Per gli ebrei il
tempio era rappresentato in modo diverso: noi stiamo nella chiesa, gli Ebrei
non stavano nel tempio, perché il tempio era riservato solo ai sacerdoti, il popolo
stava davanti, in ampi atrii e divisi uomini e donne, perché secondo la mentalità
degli antichi non potevano stare insieme.
Ora nel tempio entra Gesù e la sua
mossa è la purificazione del tempio, per essere liberato da ogni forma di
corruzione, Gesù mostra e offre il tempio del suo corpo che verrà distrutto
dalla morte e riedificato nella resurrezione. Gesù si propone come vero tempio
del padre, tutta la sua persona manifesta Dio, ecco allora i miracoli, i
prodigi, le guarigioni, gli insegnamenti.
Ora non stiamo più fuori negli
atrii ma, dentro la chiesa, non siamo più esclusi dal luogo santo ma, siamo nel
luogo santo, perché siamo partecipi della stessa Santità di Dio. Gli evangelisti
Infatti sottolineano il fatto che, quando Gesù muore apre il velo del tempio, non
c'è più quella separazione, non c'è più paura della presenza di Dio, perché
siamo chiamati ad essere presenza di Dio.
Ad un certo punto Gerusalemme viene
distrutta, il tempio viene distrutto dai Babilonesi e il popolo è portato in
esilio, i profeti Immagino che durante questo esilio Il Signore ha accompagnato
il suo popolo. Una volta che il popolo ritorna dall'esilio ecco che il Signore
ritorna per ricostruire il tempio, il
profeta Ezechiele in particolare vede nella visione “un tempio da cui esce
acqua che porta salvezza, scena molto bella: vede sgorgare dall'altare un fiume
che va nel deserto, perché intorno a Gerusalemme c'è il deserto, il fiume è Dio
che porta salvezza e San Giovanni nell'apocalisse, quando il soldato per
accertarsi che Gesù sia effettivamente morto, gli trafigge il costato con una lancia
e dal costato esce sangue e acqua, San Giovanni vuol farci capire che Gesù è
quel tempio da cui esce il fiume della salvezza. Gesù è quel tempio che i
profeti avevano visto. Sangue e acqua sono il simbolo del battesimo e
dell'eucaristia. I sacramenti della salvezza per tutti coloro che lungo questo
fiume si fanno irrigare.
Un'immagine molto bella è questa il
Signore che ci nutre nel deserto. Anche Monsignor Frisina in un canto dice “manna
che nel deserto sostieni il popolo nel cammino”, Gesù eucaristia è il cuore di
Cristo come sostegno, come medicina, come aiuto al nostro pellegrinaggio nel
deserto di questo mondo, naturalmente dal punto di vista spirituale, perché
troviamo tante incomprensioni, tanti imprevisti, tanti ostacoli, ma tutto
questo ci aiuta a comprendere non solo il mese di giugno del Sacro Cuore ma
anche il mese di maggio.
Nelle litanie della Madonna ritorna
“Arca Dell'Alleanza” perché Maria ci ha portati a Gesù il testimone del padre.
Ecco l'importanza del culto mariano, diceva giustamente Paolo VI non si può
essere cristiani senza essere mariani, le due cose devono andare di pari passo.
Maria ci porta a Gesù e ad essere unita alla sua chiesa.
La chiesa è la comunità dei
credenti è il luogo della nuova Alleanza, ma soprattutto è la sposa di Cristo, quindi
noi con Gesù formiamo una sola realtà.
Gesù ha fatto di ciascuno di noi il
tempio di Dio, lo dice San Paolo “voi siete il tempio dello Spirito Santo”, non
avere più niente a che fare con il male, rispettarvi: ecco la cura di noi
stessi, amare il prossimo come se stessi, significa che dobbiamo amarci, dobbiamo
volere il nostro bene dal punto di vista spirituale e anche dal punto di vista fisico.
Naturalmente dal punto di vista fisico senza esagerare, perché la cura di noi
stessi portata all'estremo diventa la nostra morte, tanto ci vogliamo bene in
realtà arriviamo a volerci del male.
Quindi Cristo è il tempio di Dio,
Maria è L'Arca dell'Alleanza e noi siamo con Cristo tempio dello spirito.
Se siamo il tempio di Dio, se siamo
presenza di Dio nel mondo si dovrebbe vedere. Ecco perché Gesù ci nutre di sé, l’importanza
dell'eucarestia sta in questo. L'Eucaristia ci fa diventare sempre di più quello
che è il battesimo. Presenza e figli di Dio, ma Il seme del battesimo va
alimentato attraverso l'Eucaristia, la confessione, la preghiera. Accompagnati
dalla materna protezione di Maria potremo entrare sereni in quella dimora che è
il Preziosissimo Cuore di Gesù.
Altro elemento importante è
l'umiltà che apre il cuore di Cristo e, Maria nostra madre ci dà un
insegnamento prezioso e lo dice nel Magnificat “Il signore ha guardato l'umiltà
della sua serva”
Se il Signore stesso ha scelto la
strada dell’umiltà, questo è il percorso che dobbiamo seguire.
Chiediamo al Signor di sostenerci,
a Maria Nostra madre di accompagnarci per essere sempre più testimoni, di poter
ascoltare, per poter annunziare, per poter evangelizzare.
Ringraziamo il Signore per il dono di
questa riflessione e chiediamo la grazia di poterci preparare bene alla
solennità del Corpus Domini e del Sacro Cuore e vivere tutto questo attraverso
gli esempi del Signore, della sua stessa vita donata per noi, Impariamo a
camminare con Lui e per Lui e Offriamo e ripariamo,siamo figli del padre
Celeste, Eredi del regno eterno.
Amen
domenica 29 aprile 2018
martedì 27 febbraio 2018
Apostolato della Preghiera : Meditazione di febbraio
Apostolato della Preghiera : Meditazione di febbraio:
Catechesi registrata e poi
sbobbinata, si prega di considerare il contenuto e non la forma.
La scorsa volta l'argomento era
Gesù misericordioso, che oggi continueremo a meditare, eravamo partiti dal
brano dell’Esodo Capitolo 34 versetto 6-7
“Eterno Dio misericordioso e
pietoso, lento all’ ira ricco di benignità e fedeltà, che usa misericordia e Perdona
il peccato….”
Il titolo con cui Dio si presenta a
Mosè è di Dio misericordioso, questo perché, il popolo fa un'esperienza molto
forte del peccato e comprende che non sono gli idoli che gli danno forza, ma è
il Signore col suo amore e con la sua misericordia, che lo aiuta e lo salva.
Poi siamo passati ad Ezechiele: il profeta
dice in nome di Dio:
“Io non godo della morte
dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva”
Da qui partiremo quest' oggi.
Al tempo di Ezechiele non c'era la concezione
della Risurrezione come la riteniamo noi oggi, il bene e il male veniva già
compensato su questa terra. Il bene con una lunga vita, abbondanza di figli e
prosperità, il male punito con una vita breve, sterilità e miseria e tra i
defunti non c'è differenza tra il buono e il cattivo. Tutto succede ugualmente
a tutti. La medesima sorte attende al giusto e all’empio. Tutti vanno nello sheol
che è il regno dei morti. Poi piano piano si comprende che i buoni e i cattivi non
sono allo stesso livello ma esiste una differenza, certo non così delineato
come lo conosciamo oggi noi con la venuta di Cristo.
Il brano di Ezechiele capitolo 18 versetto 21
e 28
“Ma se il malvagio si ritrae da
tutti i peccati che ha commessi e osserva tutti i miei decreti e agisce con
giustizia e rettitudine, egli vivrà e non morirà ….”
In questo brano Il Signore ci dice una cosa
molto importante, non ha nessun interesse a condannare. Noi dobbiamo pensare
alla comunione profonda con Dio e ciò che conta è l’Oggi no ieri no domani, una
delle più grandi trovate del maligno è quello di riportarci nel passato, molti
sono prigionieri del passato, però Il passato è passato non si può tornare
indietro e mettere a posto le cose. Oggi la salvezza entra nella tua casa. Il
nuovo testamento insiste molto sull’oggi dobbiamo vivere il presente e nel presente
che si gioca la nostra appartenenza a Dio. L'inganno sta proprio in questo essere
prigionieri del passato e perdere solamente tempo; quindi attraverso Ezechiele
questo il Signore vuole dirci vivi l’oggi. Cristo si è fatto uomo per poter
dividere tutto della nostra umanità è vicino a noi, è questa la nostra salvezza
oggi e sempre.
Ma ritorniamo al perdono. Come
possiamo vivere una situazione di riconciliazione di perdono concretamente?
come si fa? Ricordiamo tutti quando Pietro
chiede a Gesù: Signore quante volte devo perdonare e aggiunge 7? 7 era il
numero perfetto (il numero sacro perché è il simbolo di Dio attraverso il quale
si proclama la Sua completezza e perfezione) ma Gesù gli risponde non 7 ma 70
volte 7.
Abbiamo poi, la parabola nel
Vangelo del servo spietato (Matteo 18,21-35) Il primo, debitore, la sua
supplica, e il condono del suo debito. Il secondo debitore, la sua supplica e
la risposta spietata del primo debitore e il meritato castigo del primo
debitore. Ancora: la parabola del buon samaritano che ci fa comprendere
benissimo che cosa vuol dire essere misericordiosi. L'atteggiamento del
samaritano è l'atteggiamento misericordioso di Dio. Dobbiamo farci prossimo
all'altro e non aspettare che l'altro si avvicina a noi, anche se ci ha ferito
e ci ha fatto del male. Gesù ha dato la vita anche per lui. A noi non viene
naturale aprire il cuore a chi ci fa del male perciò è necessario chiedere
l’aiuto a Gesù, l'aiuto dello Spirito Santo. San Paolo dice se proprio non
potete amarvi almeno non vi divorate a vicenda, ma Dio ci ama comunque, anche
se siamo inaffidabili.
Per il cristiano la norma dovrebbe
essere l'amore verso i fratelli ma, non sempre è scontato questo. Perché noi a
volte non consideriamo proprio gli altri, quante volte sentiamo dire “quello
non conta niente” Ancora peggio è quando qualcuno ci fa un torto, a volte anche
gravissimo, non siamo in grado di perdonare, di andare oltre. Questo perché: il
perdono è un dono che si ottiene con la grande fede pregando e chiedendolo.
Ricordate nei Promessi sposi, nel 4° capitolo, il passo finale, la figura di Ludovico
che fattosi frate, assume il nome di fra Cristoforo, chiede il perdono al
fratello della sua vittima. Il perdono da lui tanto desiderato gli è concesso e
umilmente chiede che gli venga donata una pagnotta di pane, essa servitagli su
un vassoio d’argento e messa nella misera sacca di iuta, sarà conservata dal
frate fino alla morte, per ricordargli la facilità con cui si può peccare, perché
il più severo dei tribunali è quello della nostra coscienza.
Questo dobbiamo sforzarci di capire. L’ hanno
compreso bene i più grandi santi che hanno fatto una esperienza forte di perdono
e che hanno capito che il Signore li accettava così come erano nella loro
piccolezza, nella loro semplicità, nella loro debolezza.
Questa è la spiritualità del sacro
cuore. Farci prossimo, farci piccoli, perdonare, aver sempre il cuore aperto,
farci guidare dalla grazia di Dio e comprendere che tutti siamo peccatori, e
che una fede che non si fa carità, non può mai essere gradita a Dio e soprattutto
essere strumento di riconciliazione e di pace.
domenica 11 febbraio 2018
Apostolato della Preghiera : Meditazione Gennaio
Le catechesi di don Massimo sono audioregistrate, poi vengono sbobbinate conservando la fedeltà del discorso, per cui non si tenga in considerazione la forma ma la sostanza. Grazie
Apostolato della Preghiera : Meditazione Gennaio:
Apostolato della Preghiera : Meditazione Gennaio:
Meditazione
26 gennaio 2018 ultimo venerdì del mese condotta da Don Diego Massimo Di Leo
Cominciano l’
anno proponendo la riflessione sulle litanie del Sacro Cuore (approvate da Papa
Leone XIII nel 1899) che contemplano Gesù nei suoi vari aspetti.
Iniziamo a
riflettere sulla litania “Gesù paziente e molto misericordioso”
Gesù è sommo
sacerdote pietoso e molto misericordioso. E’ facile a volte poter dire Gesù ci
perdona ma, il perdono richiede un vero e profondo pentimento, ed è per noi
difficile avere questo profondo sentimento di pentimento, ma il Signore nella
sua grande bontà si accontenta di quello che noi possiamo dargli. La sua grazia
lo rende perdono vero.
Torniamo
però un po’ indietro al libro dell’ esodo: durante il cammino nel deserto il popolo
sarà sottoposto a tante prove, ci saranno tante infedeltà e crisi ,
ricordiamo il vitello d’ oro, il popolo vuole un Dio a suo uso e somiglianza.
Ma il Signore, misericordioso e lento all’ira che conserva il suo amore per
mille generazioni perdona la colpa, la trasgressione e il peccato ma non lascia
senza punizione. Dio perdona il suo popolo
infedele, ricompone l’alleanza e continua a fidarsi dell’ uomo. Israele
arrivato nella terra promessa continuerà ad essere peccatore e infedele, non
ascolterà più i profeti mandati da Dio, che gridano “ ritornate sulla strada
giusta” “ci saranno castighi”, anzi il popolo definendoli profeti di sventura
li uccide. E questi atteggiamenti si ripeteranno e si ripetono sempre. A quei
tempi il sacerdote o meglio il sommo sacerdote, come Aronne, era colui che
rappresentava il popolo di Dio prendeva su di se il peccato del popolo, in modo
spirituale e lo espiava con sacrifici.
Isaia dice
L'empio abbandoni la sua via
e l'uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
e l'uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Noi oggi
abbiamo il massimo dei sommi Sacerdoti che è Cristo che prende su di sé tutti i
nostri peccati.
Tutti
conosciamo le parole di Gesù che ci dice “Venite a me affaticati, stanchi ed oppressi
ed io vi darò ristoro, imparate da me che sono mite ed umile di cuore e
troverete ristoro per la vostra vita”.
Il Signore
vuole salvarci, donarci la pace ma siamo noi che lo rifiutiamo e ci
condanniamo.
Ci dona
delle armi potenti:
la preghiera: pregare incessantemente, ma come
si fa a pregare sempre?, se si desidera la comunione con Dio si sta già
pregando;
il
sacrificio, la carità che non è solo fare l’ elemosina, cioè riempire la bocca
dell’ altro, ma è incontralo, capire i suoi bisogni e le sue necessità.
e il perdono con la confessione.
Per cui
concludendo riprendiamo il brano di Isaia che ci dice:
Perché i miei pensieri non
sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
La riconciliazione con Dio è
grazia ma fatta con il grande desiderio di essere perdonati e perdonare,
cerchiamo di non essere sciavi della forma e non andare poi alla sostanza delle
cose
Se toglierai di mezzo a te
l'oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
il puntare il dito e il parlare empio,
se offrirai il pane all'affamato,
se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.
se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.
Ti guiderà sempre il
Signore,
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.
La prossima volta vedremo
che cosa significa mettersi in un atteggiamento di riconciliazione: ed è questo
che il Signore desidera per la nostra vita.
domenica 17 dicembre 2017
ritiro avvento
Dicembre AdP
Ritiro tempo di avvento
Giorno 14
alle ore 18 presso la chiesa Madonna del Rosario si è tenuto il ritiro
comunitario diocesano dell’AdP Foggia-Bovino, condotto dal nostro assistente
spirituale don Massimo Di Leo.
Si è recitato
il Rosario, seguita la S. Messa e l’esposizione di Gesù Sacramentato.
Innanzi a
Gesù don Massimo, ha tenuto una lectio divina sul vangelo di domenica 17 (Giovanni
1,6-8.9 19-28)
Dopo aver invocato
lo Spirito Santo e un breve momento di silenzio don Massimo iniziava con lo
spiegare chi era Giovanni e la sua missione.
“Questo
brano si colloca nel 1° capitolo del vangelo di Giovanni, l’inizio è dominato
dal prologo che ascolteremo a Natale. L’apostolo sente il bisogno di iniziare
così il suo vangelo perché c’è il rapporto con l’inizio della creazione e l’evangelista
vuole raccontarci la creazione nuova che Dio fa, attraverso il figlio suo con l’opera
dello Spirito Santo: la redenzione. Nella genesi Dio crea attraverso le parole
“Dio disse” nel nuovo testamento la parola è Gesù “Ecco che il verbo si fa
carne e prende dimora in mezzo a noi”Prende una tenda di carne e la fa in mezzo
a noi, cioè nella nostra umanità, nelle nostre difficoltà, nelle nostre
certezze per farle diventare storia di salvezza.
L’apostolo
subito ci fa conoscere e punta il dito su una figura importantissima che è
quella di Giovanni Battista, lo chiama semplicemente Giovanni. Il ruolo di
battezzatore è secondario. Lui è il compimento della profezia, il precursore, è
l’amico dello sposo.
Figlio di
sacerdoti predicava e praticava il battesimo, considerato a quei tempi come
purificazione del corpo. Tanti altri gruppi del giudaismo praticavano il
battesimo, avevano la concezione del peccato legato alla pulizia: facevano le
abluzioni, si lavavano le mani, i piatti, i bicchieri. Non facevano differenza
fra corpo e spirito, ciò che sporcava il corpo sporcava anche l’anima. Il
battesimo del Battista, accompagnato da una predicazione esigente, è di
preparazione per accettare Colui che battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Giovanni
Battista ci dà una grande lezione di umiltà, molti lo ascoltavano e lo
seguivano, tra questi anche alcuni degli apostoli, Giovanni, Andrea e altri, ma
il Battista sa che al centro c’è il Cristo. Non dice mai sono, ma sempre “ non
sono “ “ Lui deve Crescere ed io diminuire” Lui lo sposo e la sposa è il popolo
di Dio, io ho preparato questo matrimonio; ed è questa la vera grandezza del
Battista. Lui ci insegna a essere gli accompagnatori e i custodi dei nostri
fratelli, di essere gli amici dello sposo.
Il Battista
è un testimone che traghetta verso la nuova alleanza ed è anche un martire di quest’alleanza,
perché come sappiamo tutti, pagò con il sangue, fu decapitato.
All’epoca si
aspettava il Messia, c’era una grandissima attesa, attesa politica, religiosa, di
riscatto sociale, tante forme di attesa e tanti si presentavano come il Cristo,
ma ecco che si presenta Giovanni e si discosta da tutti. Lui sembrava essere
veramente il Cristo perché ha un atteggiamento di semplicità, di umiltà, di
essenzialità, si ritira nel deserto è figlio di sacerdoti e quindi anche lui
sacerdote per eredità. Incarna così bene le attese del suo popolo. E’ un uomo
forte, deciso, che ama la verità, rifiuta le alleanze ambigue e i compromessi è
colui che secondo il popolo darà la salvezza perché mandato da Dio.
I sacerdoti
sono incuriositi e mandano i capi di Gerusalemme a vedere cosa succede in
questa parte del deserto lungo il fiume Giordano.
Perché Il
Battista sceglie proprio il deserto e il Giordano. La sua scelta è indicata
unicamente dalla tradizione biblica Giovanni scelse proprio quel luogo di
fronte a Gerico, dove il popolo di Israele era entrato nella terra santa
attraverso il Giordano. La scelta di quel luogo corrispondeva all’antica
condizione di Israele prima del passaggio del fiume. Il deserto e il Giordano
due posti legati al ricordo, all’alleanza. Attraversando l’acqua ci si libera
dalla schiavitù egiziana. Israele nasce come popolo attraverso il
pellegrinaggio nel deserto. Israele doveva ritornare a casa, al suo Signore. Ricchezza, agi, comodità,
potenza, troppe sicurezze, bisognava ritornare al vero e unico Dio.
I sacerdoti
del tempo vedono in Giovanni un agitatore del popolo, uno che vuole
distruggere, loro non sono pronti alla novità, né a vedere né ad ascoltare e
gli chiedono “Tu chi sei?”, per trovare qualcosa per accusarlo. La stessa
domanda la faranno poi a Gesù.
Anche noi
siamo addormentati nelle nostre certezze, nei nostri agi, nelle comodità,
dobbiamo lasciarci scuotere. E a volte siamo addormentati avendo Gesù in mano, avendo
il rosario in mano L’ avvento deve portarci alla ricerca della verità. Giovanni
il Battista ci insegna come aspettare e annunciare il Cristo e come possiamo annunciare
se non prima ascoltiamo e ascoltare con il con il cuore.
Il cuore non è solo la sede dei sentimenti, è
il centro della persona: volontà, intelligenza, sentimenti, emozioni questo
cuore il Signore vuole che lo apriamo, essere pronti ad ascoltare. Essere delle
sentinelle che stanno al posto di osservazione notte e giorno pronte a vedere
il Suo ritorno, per essere come Giovanni il Battista amici dello sposo, allora
sì che si costruisce il vero tempio, altrimenti quest’ avvento passerà come
tanti altri avventi e natali. Ogni momento dell’avvento deve essere momento di
crescita, i propositi sempre più forti e propositi certezze: oggi la salvezza è
entrata nella mia casa. Viviamo l’avvento come approfondimento personale.
Ringraziamo
il Signore per l’ascolto, per i benefici che ci ha donato, e per tutto ciò che
ci ha dato.
Chiediamo l’aiuto
di Maria nostra madre, che ci aiuti e ci insegni come fare.
lunedì 27 novembre 2017
Apostolato della Preghiera : novembre meditazione
NOVEMBRE
Incontro diocesano mensile
Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 24 novembre 2017, alle ore 17,30 , presso la chiesa " Madonna del Rosario" via Guglielmi, 8 a Foggia, si è tenuto l 'incontro comunitario dell’ultimo venerdì del mese dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino , con la guida del nostro assistente spirituale don Massimo Di Leo.
Si è riflettuto, approfondendo, sull' intenzione del Papa di questo mese che vuole si preghi:
"Per i cristiani in Asia, perché testimoniando il Vangelo con le parole e le opere, favoriscono il dialogo, la pace e la comprensione reciproca, soprattutto con gli appartenenti alle altre religioni."
Don Massimo ci portava a riflettere sui i punti d' incontro con le varie religioni, premettendo che tutte hanno una loro spiritualità, una meditazione, un culto. In ogni religione cambiano i segni, i modi, le forme per adorare il Divino, ma è proprio la fede e la spiritualità intensa , dove è possibile avvicinarci ai fratelli lontani. Certo noi sappiamo che in Cristo c'è la verità assoluta, ma il dialogo, che a volte pare difficile e contrario, è possibile e va anche se con sforzo trovato e ricercato.
Don Massimo ci invitava a ricercare nei fratelli non solo dell'Asia ma anche a noi vicini, al nostro prossimo, il bene che c è in ognuno di noi, e a non guardare i difetti, ai quali spesso siamo portati ad evidenziare e a criticare.
" La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene;
amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno,gareggiate nello stimarvi a vicenda."
lettera ai Romani cap.12 versetto9
Dopo la meditazione si è recitato il Rosario, celebrata la Santa Messa e abbiamo concluso con la consacrazione al Cuore di Gesù.
venerdì 10 novembre 2017
Apostolato della Preghiera : ottobre 2017
Apostolato della Preghiera : ottobre 2017:
Incontro diocesano
mensile
Apostolato della
Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 27 ottobre 2017, alle ore 17, presso la rettoria
di San Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è aperto l’anno sociale 2017-2018
dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino con l’incontro di preghiera
comunitario dell’ultimo venerdì del mese, da ottobre a giugno.
La presidente diocesana Filomena Saracino Savino ha
presentato ai presenti il nuovo
direttore diocesano don Massimo Di Leo, nominato il 20-10-2017, e nelle sue mani
ha rassegnato le dimissioni dal ruolo diocesano, conservando
l’incarico di delegata della
Puglia nord al Consiglio nazionale AdP.
Nuova presidente diocesana è stata subito nominata la sig.ra
Clementina Valentini De Stefano, vice presidente la sig.ra Maria Vania
Iannelli, segretaria la sig.ra Anna Maria Tozzi De Stefano.
Dopo l’augurio corale ai nuovi responsabili diocesani di un
servizio fecondo e fruttuoso per il
Regno di Dio, don Massimo ha
solennemente inaugurato l’anno sociale AdP celebrando la santa Messa in onore
del Cuore di Gesù.
Ha poi comunicato che i prossimi incontri mensili diocesani
avverranno nella chiesa parrocchiale Madonna del Rosario, di cui lo stesso don
Massimo è parroco: grande riconoscenza è stata espressa per l’accoglienza calorosa ricevuta
negli anni dai responsabili della rettoria di San Giuseppe.
La seduta è stata
sciolta con la benedizione solenne ai
fedeli zelatori convenuti dalle varie parrocchie dove l’Apostolato della
Preghiera è ancora vivo, con la speranza che rifiorisca sempre più ricco di
frutti santi di fede e di amore.
domenica 29 ottobre 2017
Apostolato della Preghiera : inizio anno sociale
Consiglio nazionale
straordinario AdP
L’anno sociale 2017-2018 dell’Apostolato della
Preghiera-Rete mondiale di Preghiera del Papa è stato ufficialmente inaugurato
nelle 5 diocesi della Puglia Nord (Foggia-Bovino, Cerignola-Ascoli Satriano,
Lucera-Troia, Manfredonia-San Giovanni Rotondo-Vieste, San Severo) con le varie
attività parrocchiali ed interparrocchiali che riguardano il culto al Cuore di
Gesù, l’adorazione eucaristica con
finalità di riparazione e di rendimento di grazie, la meditazione della Parola,
il richiamo costante alle intenzioni mensili di preghiera del Papa, la
preparazione ai Sacramenti, la partecipazione profonda alla santa Messa.
Sono puntualmente ripresi
le catechesi formative e gli
incontri comunitari di approfondimento della spiritualità dell’AdP, sulla
traccia del cammino del cuore proposto da padre Tommaso Guadagno: i suoi testi
da ormai 2 anni sono stati adottati in
gran parte dei centri di preghiera, ed hanno dato lo spunto per ulteriori sviluppi della contemplazione ed imitazione
della persona e della vita di Cristo.
La diocesi di Foggia-Bovino in data 20 ottobre 2017 ha avuto
la gioia di essere affidata alla guida del nuovo direttore diocesano don
Massimo Di Leo, giovane prete serio e preparato, ed il 27-10-2017 la presidente
diocesana Filomena Saracino Savino lo ha
calorosamente presentato a quanti sono convenuti per il primo cenacolo di comunione di fede dell’anno sociale in corso.
Nella stessa occasione la signora Savino, dopo 35 anni di
ininterrotta presidenza, ha annunciato il suo ritiro dal ruolo diocesano a
favore della signora Clementina Valentini
De Stefano,che ha accettato con riconoscenza e convinzione la nuova, importante
responsabilità di essere a servizio attivo del Regno di Dio.
La signora Savino conserva il solo ruolo ufficiale di
delegata della Puglia Nord al Consiglio Nazionale.
Attendiamo tutti fiduciosi le direttive del nuovo direttore
nazionale padre Alessandro Piazzesi, al quale rivolgiamo sinceri auguri di lavoro
fecondo e fruttuoso per un nuovo e santo Apostolato della Preghiera.
Filomena
Saracino Savino
sabato 3 giugno 2017
Apostolato della Preghiera : ADP
Incontro diocesano
mensile dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 1 giugno 2017, dalle ore 17,30 alle 18,30, presso
la rettoria di San Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro
mensile diocesano di preghiera dell’Apostolato della Preghiera di
Foggia-Bovino, sotto la guida della presidente diocesana Filomena Saracino Savino.
La Pentecoste è ormai vicina, e si attende la venuta dello
Spirito Santo con cuore gioioso, perché Gesù lo ha promesso ai suoi seguaci che
pregano e vivono i suoi insegnamenti con fedeltà e convinzione.
Certo non è facile rimanere fedeli al comandamento
dell’amore quando intorno a noi c’è chi semina odio, discordia, menzogna, ed in
noi stessi c’è risentimento, invidia, gelosia, a dispetto degli sforzi che
facciamo per essere buoni e misericordiosi: è per questo che è necessario lo
Spirito Santo, per vincere gli istinti naturali, per superare i limiti
abituali, per dominare il carattere scontroso, orgoglioso, irascibile che ci
ritroviamo per mancanza di disciplina seria e costante.
Solo lo Spirito Santo ci può cambiare in profondità, bruciando
le cattive abitudini, i vizi incalliti, le passioni malsane della carne, con la
fiamma della carità di Dio che scende su chi la invoca con cuore sincero e
puro.
Maria nel cenacolo insieme agli apostoli aspettava il Consolatore promesso dal Figlio,
era convinta che la luce della verità avrebbe illuminato la loro vita, la loro
via, togliendo timori e paure, dubbi ed incertezze, e di fronte a tale
fede il Signore della gloria intervenne
con potenza e spazzò ogni debolezza umana, e rese Lei e gli apostoli riuniti in preghiera testimoni
ardenti e convincenti della somma bontà
e provvidenza di Dio.
I misteri del santo Rosario che dal primo all’ultimo richiamano
a meraviglia la manifestazione dell’amore del Padre e del Figlio mediante il
loro Spirito di Verità e di Carità sono i misteri della luce, che vengono stasera contemplati per tale motivo
particolare ed anche per rispetto del calendario liturgico del giovedì.
Nel primo mistero luminoso, il battesimo di Gesù nel
Giordano, si contempla quanto descritto nel Vangelo:
“Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua, ed ecco si
aprirono i cieli ed Egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e
venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio
prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.” (Matteo 3, 15-17).
Gesù riceve lo Spirito Santo a sigillo della sua fedeltà,
della sua obbedienza al progetto di salvezza del Padre che voleva fare di lui,
il Figlio prediletto, la vittima innocente dei nostri peccati: lo Spirito Santo
è sempre un premio, una ricompensa straordinaria per una condotta mite ed umile
come quella di Maria e Gesù, o riconoscente dei propri difetti come quella dei
peccatori pentiti e desiderosi di conversione;
è sempre un segno di amore del Padre che vuole tutti santi, il Figlio e
coloro che credono nel Figlio, che Egli ama come ama il Figlio, se sono una
cosa sola con il Figlio, come dice il Vangelo di oggi.
Amiamo dunque Gesù, e la sua gloria sarà la nostra gloria,
la sua perfezione la nostra perfezione.
Secondo mistero luminoso, le nozze di Cana.
L’acqua che diventa vino buono è segno della potenza dello
Spirito Santo, che trasforma il cuore dell’uomo incapace di atti coraggiosi e
nobili in cuore pronto a donarsi senza riserve per la gloria di Dio ed il bene
dei fratelli.
Maria pregò Gesù a nostro favore perché compisse tale
miracolo e lui, che era una sola cosa con il Padre, operò la conversione dalla
miseria alla pienezza delle virtù cristiane.
Preghiamo con fede come Maria, preghiamo Maria, ed ella
otterrà per noi dal Padre e dal Figlio lo Spirito Santo che trasforma la nostra
vita e la custodisce al riparo dal sepolcro, dalla corruzione, come dice il
Salmo di oggi:” Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua
presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.”.
Terzo mistero luminoso: l’annunzio del Regno
Gesù dice: “ Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete al Vangelo.” Poco dopo queste parole, secondo il Vangelo di
Marco, gli portarono un paralitico e lo
calarono attraverso il tetto per
metterglielo davanti. Egli allora, vista la loro fede, disse al paralitico: “
Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati.”
E l’uomo guarì nel corpo e nello spirito.
Ecco, quando l’uomo è smarrito, come paralizzato dalla
richiesta di conversione che gli viene da Dio, e non sa come fare, non ha la
forza di muovere un passo sulla via stretta e faticosa dietro Cristo, è Cristo
stesso che lo prende per mano e lo salva, vista però la fede in lui.
La fede e la preghiera sono la condizione indispensabile per
essere risanati, salvati, santificati,e l’aiuto di Dio è una grazia, ma una
grazia che solo la nostra insistenza e la nostra perseveranza rendono
possibile.
Possiamo convertirci se lo vogliamo a tal punto, che niente
blocca la nostra volontà, né i tentativi falliti, né le difficoltà a vincere
noi stessi, né la tentazione che è tutto inutile, perché sappiamo, sulla base
della promessa di Gesù, che quando busseremo al suo cuore con fede pura e
matura, dopo tante prove, Egli ci aprirà
e ci donerà il suo santo Spirito di consiglio e di consolazione.
Quarto mistero luminoso: la trasfigurazione di Gesù sul
monte Tabor.
“Pietro stava ancora parlando quando una nube luminosa li
avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva:”Questi è il Figlio mio
prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo.” (Matteo 17, 3-5): è
ancora una manifestazione della potenza di Dio, ancora la luce dello Spirito
Santo che fa brillare come il sole il volto di Gesù e fa diventare candide le
sue vesti, ancora il compiacimento del Padre per il Figlio che sta per
immolarsi per compiere la sua volontà di salvezza dell’umanità, con in più un
chiaro messaggio, di ascoltarlo, il Messia, per essere anche noi nella luce,
nella gioia, nella gloria.
Quinto mistero luminoso: l’istituzione dell’Eucarestia
L’Eucarestia è la massima espressione della potenza dello
Spirito Santo, è la trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue di
Gesù per stabilire una nuova alleanza
tra Dio e l’uomo grazie al sacrificio sulla croce del Figlio unigenito.
E ogni uomo che mangia e beve il corpo ed il sangue di
Cristo diventa figlio ed erede del Regno, da schiavo del peccato quale era.
Lo Spirito Santo ci
trasformi il cuore vecchio in cuore nuovo, unito al Cuore di Cristo per
l’eternità: questo è l’augurio che stasera ci scambiamo, perché sia così. E così sia.
venerdì 5 maggio 2017
Apostolato della Preghiera : incontro diocesano 28/4/2017
Apostolato della Preghiera : incontro diocesano 28/4/2017:
Incontro diocesano
mensile dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 28-4-2017 alle ore 17,30 presso la rettoria di San
Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro mensile diocesano di
preghiera dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino.
La responsabile diocesana Filomena Saracino Savino ha
richiamato i presenti alla contemplazione delle letture pasquali che invitano
alla conquista dei beni celesti, non soggetti alla corruzione, allo svilimento,
al tarlo dei comportamenti umani capaci di rovinare l’armonia e la bellezza dei
beni sensibili, ed ha proposto Maria Vergine come modello di comportamento di fronte alle prove della vita, che grazie
al dono celeste dello Spirito Santo, il bene per eccellenza, sono accolte con serenità e docilità alla volontà
di Dio, provvidenza assoluta.
I misteri del santo rosario colmi di fede, speranza ed amore
verso il Signore buono e misericordioso sono per eccellenza i misteri gaudiosi, che contemplano
l’abbandono di Maria nella potenza e sapienza dello Spirito vittorioso sulle
dottrine ed attività meramente umane.
Il primo mistero gaudioso è appunto il ricordo
dell’abbandono fidente di Maria al progetto di salvezza del Padre celeste, abbandono
testimoniato anche dal comportamento degli apostoli di fronte agli insulti ed
alle offese ricevuti a causa della loro appartenenza a Cristo salvatore e
redentore: essi, per quanto fustigati ed oltraggiati, erano lieti, e non
cessavano di insegnare e portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo.
Ricevuto il dono atteso con fede, la Carità di Dio, Maria e
gli apostoli non si chiudono al prossimo, non si isolano, ma portano al mondo
il loro esempio di fedeltà, ubbidienza, comunione con la persona di Gesù e con
il Padre per mezzo dello Spirito Santo che li unisce.
Nel secondo mistero gaudioso Maria manifesta l’amore
incarnato che porta nel seno correndo in aiuto della parente bisognosa di cure:
l’amore che si riceve da Dio deve essere donato agli altri, altrimenti si
perde, giacchè è amore trinitario, basato
sulla donazione gratuita dell’amore, che
più si dona, più cresce.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci che
leggiamo nel Vangelo significa proprio questo, che se si dà tutto il bene che
si ha nel cuore, anche se è poco ed insufficiente per vincere o convincere
l’altro alla reciproca comprensione e compassione, avviene il miracolo ed esso
si moltiplica, ed addirittura ne avanza.
Nel terzo mistero gaudioso si contempla la Parola di Dio
incarnata, la Parola viva, che nutre e sazia e rende forte e saldo chi la
riceve con fede e la conserva nel cuore, per farla fruttificare e metterla a
disposizione del prossimo desideroso di parole eterne, deluso dalle parole vane
del mondo.
Nel quarto mistero gaudioso il vecchio Simeone preannunzia a
Maria che una spada le trapasserà il cuore: è la spada della verità, l’altra
faccia della carità, è la spada che
ricorda dolorosamente che la vita deve essere perduta ed offerta al
Padre che ce l’ha donata, per essere resa infinita e gloriosa.
Gesù è il Maestro della Verità della croce come strumento di salvezza e
santificazione, per suprema Carità sua e del Padre suo e nostro.
Nel quinto mistero gaudioso
Gesù dice che deve occuparsi delle cose del Padre suo, delle cose di
lassù, e lo dice non perché vuole
estraniarsi dai suoi cari e dal mondo, ma perché vuole prepararsi a servire i
suoi seguaci, il suo popolo, colmo di scienza e di sapienza.
Come Gesù alziamo gli occhi al cielo ma guardiamo anche
negli occhi i nostri fratelli, per non dimenticare che sono come noi seme di
verità e di carità, che può diventare frutto santo con la cura ed il calore
reciproci.
Santifichiamoci per santificare, uniti al Padre ed al Figlio
mediante lo Spirito Santo.
Speriamo che sia così, e così sia.
domenica 2 aprile 2017
Apostolato della Preghiera : 31 Marzo 2017
Apostolato della Preghiera : 31 Marzo 2017: Incontro mensile
diocesano dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 31-3-2017 alle ore
17,30 presso la rettoria di San Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto
l’incontro mensile diocesano dell’Apostolato della Preghiera di Foggia- Bovino.
Ha condotto la preghiera
comunitaria sotto forma di rosario meditato la presidente diocesana Filomena
Saracino Savino, che ha manifestato ai presenti la gioia di contemplare e
meditare insieme i misteri della passione, morte e risurrezione di Cristo, dopo
una lunga interruzione per i disagi del tempo invernale ed il picco dell’influenza
stagionale.
La preghiera con il santo Rosario
nell’imminenza della Pasqua del Signore si propone di ottenere la grazia della
fede che apre la porta del cuore di Gesù e ci assicura la vittoria sulle nostre
debolezze, sulle nostre paure, sui nostri miseri pensieri, ossessionanti e
fuorvianti dalla retta condotta di vita.
Nel primo mistero doloroso,
l’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani, la riflessione questa volta verte non
soltanto su Gesù solo e sofferente, per l’incoscienza dei suoi discepoli e per
il presagio dell’ora fatale, ma anche sulla nostra agonia. Perché siamo
nell’angoscia tanto spesso, perché improvvisamente ci assale il timore di
quello che deve venire, perché non ci sentiamo soddisfatti delle nostre amicizie, dei nostri più intimi
interlocutori indifferenti ai nostri problemi ordinari e straordinari, e
infelici e delusi ci aspettiamo amarezza
senza fine?
Con Gesù il rischio di perdere il
coraggio di accettare le ore buie intraviste dolorosamente non esiste, perché
dopo un attimo di smarrimento umanissimo è pronto a gettarsi nelle braccia del
Padre e fare fedelmente la sua volontà, destinandosi alla vittoria gloriosa
sulla morte, con noi invece il rischio
di finire schiacciati sotto la disperazione
è fortissimo, se non reagiamo ai nostri drammi con la forza della fede.
Maria, donaci un po’ della tua
fede assoluta, nell’ora della lotta tra la carne e lo spirito, tra il nostro
progetto miope ed il progetto provvidenziale di Dio, tra la difesa inconsulta
della nostra vita mortale ed il dono della vita nelle mani di Dio che può
salvarla e santificarla.
Nel secondo mistero doloroso, la
flagellazione di Gesù, il paragone che ci viene spontaneo è tra la nostra
incapacità a sopportare le avversità quotidiane con calma, pazienza, docilità, e
la serena rassegnazione di Gesù : noi ci agitiamo e ci sconvolgiamo, finendo
per assomigliare ad animali feriti che ringhiano contro tutto e tutti, senza
coscienza di compromettere ancora di più la loro salvezza.
Leggiamo il salmo 33 di oggi,
“ascolta, Signore, il grido del tuo povero”, e crediamo fermamente che Egli è
vicino a chi ha il cuore ferito, Egli salva gli spiriti affranti, li libera da
tutte le sventure, riscatta la vita dei suoi servi che in Lui si rifugiano.
È ancora la fede che chiediamo a
Maria, fede nel soccorso di Dio verso i miti e gli umili di cuore.
Nel terzo mistero doloroso, la
coronazione di spine, c’è la derisione e la mortificazione di Gesù: dalla sua
condotta impariamo che non dobbiamo mai abbassarci al livello scurrile e scomposto
dei nostri avversari, conservando la
dignità e la fierezza che mostrò Gesù, vero Re, di fronte ai suoi aguzzini, e
nello stesso tempo dobbiamo accettare le offese gratuite ed ingiuste con
fiduciosa speranza che perdonando chi ci fa soffrire ed offrendo a Dio la
nostra sofferenza meritiamo, oltre al suo perdono dei nostri peccati, anche il
dono della sua corona di gloria.
Maria, aumenta la nostra fede
nella potenza del perdono da ricevere e dare.
Nel quarto mistero doloroso, la
salita di Gesù al Calvario carico della croce, è proprio il monte della
sofferenza suprema che dobbiamo considerare: il Calvario non fermò Gesù dal
compiere la volontà di salvezza del Padre per noi peccatori, nessun calvario
deve fermare la nostra volontà di vincere il malanimo ed il risentimento per il
prossimo che in buona o cattiva fede ci ha fatto del male, e perdonare.
Chi riesce a perdonare avendo
meritato il perdono del Padre con l’umiltà e la contrizione per le proprie
colpe non teme la rovina sotto il peso dell’irriconoscenza e dell’ignoranza
altrui, la croce più pesante da portare, perché sa che la croce accettata
generosamente a favore degli altri diventa poi fonte di consolazione e letizia.
Maria, aumenta la nostra fede
nella potenza della croce.
Nel quinto mistero doloroso, la
crocifissione e morte di Gesù, è da comprendere bene il significato cristiano
della morte: morire non è soltanto concludere i giorni terreni, è anche morire
a se stessi, ai propri superficiali
giudizi, che quasi sempre sono pregiudizi, alle proprie convenienze ed ai
propri tornaconti egoistici, e questo non è facile, anzi è il più duro
esercizio di carità fraterna che si possa fare, dal momento che l’uomo è
portato ad essere pago del proprio successo mondano.
Ma Gesù ci insegna che rinunciare
alla logica ed alla mentalità del mondo conduce al premio della sapienza del
cuore, che illumina il nostro cammino dietro di Lui , lo rende meno tortuoso e stentato e ci fa capire la via
più diretta per il bene che Dio ha a disposizione per noi, perché la nostra
vita sia ricca di frutti di carità e di verità.
Maria, dacci la fede per credere
che è così, e così sia!
venerdì 25 novembre 2016
Incontro diocesano mensile dell’Apostolato della P...
Il giorno 25-11-2016, alle ore 17,30 presso la rettoria di san Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro diocesano mensile dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino sotto la guida della responsabile diocesana Filomena Saracino Savino, che ha svolto la seguente meditazione e contemplazione:La preghiera del Santo Rosario e l’Avvento.
“Carissimi fratelli e sorelle,
siamo ormai alla vigilia dell’Avvento, e già ci mettiamo in attesa della solita festa di Natale con la solita lista di cose da fare, albero, presepe, regali, pranzi, riunioni di famiglia, telefonate, inviti, visite a parenti ed amici, tutte cose più stancanti che gratificanti, più convenzionali che spontanee.
La consuetudine vuole così, e così più o meno convintamente facciamo, per non sentirci fuori dalla norma:
non tralasciamo niente, andiamo anche alle funzioni in chiesa tra un affanno e l’altro, una spesa ed un saluto augurale, per essere a posto con la coscienza.
Crediamo di vivere l’Avvento al Natale facendo tutto ciò che richiede la circostanza, gesti di cordialità e gentilezza, atti di bontà e di generosità, certi che ci siamo comportati secondo il Vangelo che invita alla concordia ed alla fratellanza, ma appena l’atmosfera natalizia svanisce e si ritorna alla vita consueta, ritornano anche l’egoismo e la diffidenza, il sospetto e la rivalità, se il cambiamento di cuore era dovuto solo all’osservanza esteriore delle pratiche religiose e sociali che precedono il Natale, e non era fondato sulla roccia della persona di Cristo.
La vera conversione alla quale ci richiama l’Avvento nasce dall’ascolto e dall’accoglienza in profondità della sua Parola, che nutre il nostro cuore e lo trasforma in cuore capace di amare, perdonare, servire i fratelli, con gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
E perché questo miracolo avvenga ci vuole la fede in Colui che parla ed ammaestra, fede assoluta, che regge a tutte le prove.
E la preghiera è la linfa che fortifica la fede, la preghiera fervorosa, costante, perseverante, umile.
Il tempo di Avvento è il tempo propizio per sgomberare il cuore e la mente dalle cose superflue, per fare il deserto dentro di noi, altro che prelibatezze e luccichio delle vetrine del mondo, ed accogliere con onore e rispetto il Verbo incarnato che riempie, Lui sì davvero, di luce e di gioia tutto il nostro essere.
Preghiamo allora stasera con un Rosario pieno di speranza di una vita nuova che scaccia angosce e tormenti, malumori e risentimenti, contempliamo i misteri gaudiosi dell’attesa e della consolazione che premia la fede in Chi deve venire a noi e per noi, chiediamola, quella fede che non vacilla mai, e che è la chiave per aprire il cuore del Signore ed ottenere grazie su grazie.
Il primo mistero gaudioso ci offre Maria come modello di fede così grande, così forte, così ferma, da portare all’abbandono alla volontà di Dio anche quando ciò che Egli promette sembra umanamente impossibile.
E noi, crediamo alle parole che non un angelo, ma il Signore stesso ci dice giorno per giorno per mezzo del Vangelo, o le riteniamo favole consolatorie, da prendere colle molle?
Ad esempio, nel canto al Vangelo di oggi sta scritto: “Io sono Colui che è, che era e che viene; al mio servo che avrò trovato fedele darò la fulgida stella del mattino.” : è forse questa promessa una bella favoletta?
Maria ebbe fede ed a lei, serva fedele, fu dato di concepire e partorire il Messia, a noi è concessa la stessa meraviglia, la fulgida stella del mattino, ossia la luce, la salvezza, la liberazione dalle oscure paure che ci avviliscono, il coraggio e la forza che ci fanno superare ogni ostacolo.
Se crediamo che questo può succedere a noi, benché misere ed indegne creature, per grazia e carità di Dio, se ci crediamo con la stessa fede di Maria, fede pura ed indomabile, il miracolo accade, e lo Spirito Santo ci fa creature nuove, che niente può abbattere e sconfortare, neppure le vicende più dolorose e amare.
Il secondo mistero gaudioso ci fa contemplare Maria, la donna della fede che compie miracoli, in cammino per andare ad assistere la cugina Elisabetta: ecco le opere della fede, disponibilità per chi ha bisogno, sollecitudine, conforto, aiuto gratuito, donazione di sé fino al sacrificio delle proprie comodità e convenienze.
Dobbiamo agire così anche noi, fratelli, sapendo di attirare non solo e non tanto la benedizione degli uomini, che può anche mancare, ma soprattutto la benedizione divina, che per Maria si manifestò nel sussulto del bambino che Elisabetta portava nel seno.
Dio tutto conosce e tutto riconosce e premia, a maggior ragione se le nostre opere sono la testimonianza della nostra fede in cammino verso gli altri per incontrare negli altri Lui, il Signore!
Il terzo mistero gaudioso ci fa contemplare il bambino Gesù, frutto vivo della fede di Maria.
Anche noi possiamo conseguire tale frutto d’amore, come abbiamo detto con la fede e le opere della fede, e mostrarlo a tutti attraverso il nostro volto sorridente, sereno, gioioso, attento, sincero e limpido come quello di un bambino fra le braccia dei genitori.
Se siamo cupi, scontrosi, sfuggenti, ostili, deridenti, non siamo figli della luce, molte sono ancora le tenebre che ci portiamo dentro, orgoglio, malizia, rabbia, cupidigia, vanagloria, e tutte quelle passioni che nascono dalla carne e sono contrarie allo Spirito.
Purifichiamoci al fuoco di una fede veramente ardente!
Nel quarto mistero gaudioso il vecchio Simeone è l’esempio della perseveranza nella fede fino all’ultimo giorno della vita terrena: fermarsi alla soglia del traguardo è da sciocchi, si vanifica e si annulla tutto quanto fatto in precedenza!
Perseveriamo nella nostra fede come il vecchio Simeone, e saremo scritti nel libro della vita infinita, come dice la prima lettura di oggi.
Nel quinto mistero gaudioso ammiriamo la sapienza e la scienza di Gesù tra i dottori nel tempio: anche a noi sono concessi tali grandi doni di intelligenza, conoscenza, discernimento, saggezza , in una parola la sapienza del cuore, nella misura della nostra fede nel Padre celeste che sa quello che fa, vede e provvede ad ogni nostra necessità.
Con gli occhi della fede possiamo cogliere il senso di quello che succede e ci succede,capire il disegno di salvezza di Dio mediante la passione, morte e resurrezione di Cristo e di noi cristiani in comunione profonda con Lui, e dire a gran voce, come Maria: sì, così sia!
Incontro diocesano mensile novembre
Il giorno 25-11-2016, alle ore 17,30 presso la rettoria di
san Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro diocesano mensile
dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino sotto la guida della
responsabile diocesana Filomena Saracino
Savino, che ha svolto la seguente meditazione e contemplazione:La preghiera del
Santo Rosario e l’Avvento.
“Carissimi fratelli e sorelle,
siamo ormai alla vigilia dell’Avvento, e già ci mettiamo in
attesa della solita festa di Natale con la solita lista di cose da fare, albero,
presepe, regali, pranzi, riunioni di famiglia, telefonate, inviti, visite a
parenti ed amici, tutte cose più stancanti che gratificanti, più convenzionali che
spontanee.
La consuetudine vuole così, e così più o meno convintamente
facciamo, per non sentirci fuori dalla norma:
non tralasciamo niente, andiamo anche alle funzioni in
chiesa tra un affanno e l’altro, una spesa ed un saluto augurale, per essere a posto
con la coscienza.
Crediamo di vivere l’Avvento al Natale facendo tutto ciò che
richiede la circostanza, gesti di cordialità e gentilezza, atti di bontà e di
generosità, certi che ci siamo comportati secondo il Vangelo che invita alla
concordia ed alla fratellanza, ma appena l’atmosfera natalizia svanisce e si
ritorna alla vita consueta, ritornano anche l’egoismo e la diffidenza, il sospetto e la rivalità,
se il cambiamento di cuore era dovuto solo all’osservanza esteriore delle
pratiche religiose e sociali che precedono il Natale, e non era fondato sulla
roccia della persona di Cristo.
La vera conversione alla quale ci richiama l’Avvento nasce
dall’ascolto e dall’accoglienza in profondità della sua Parola, che nutre il
nostro cuore e lo trasforma in cuore
capace di amare, perdonare, servire i fratelli, con gli stessi
sentimenti di Cristo Gesù.
E perché questo miracolo avvenga ci vuole la fede in Colui
che parla ed ammaestra, fede assoluta, che regge a tutte le prove.
E la preghiera è la linfa che fortifica la fede, la
preghiera fervorosa, costante, perseverante, umile.
Il tempo di Avvento è il tempo propizio per sgomberare il
cuore e la mente dalle cose superflue, per fare il deserto dentro di noi, altro
che prelibatezze e luccichio delle vetrine del mondo, ed accogliere con onore e
rispetto il Verbo incarnato che riempie, Lui sì davvero, di luce e di gioia
tutto il nostro essere.
Preghiamo allora stasera con un Rosario pieno di speranza di
una vita nuova che scaccia angosce e tormenti, malumori e risentimenti,
contempliamo i misteri gaudiosi dell’attesa e della consolazione che premia la
fede in Chi deve venire a noi e per noi, chiediamola, quella fede che non
vacilla mai, e che è la chiave per aprire il cuore del Signore ed ottenere
grazie su grazie.
Il primo mistero gaudioso ci offre Maria come modello di
fede così grande, così forte, così ferma, da portare all’abbandono alla volontà di Dio anche
quando ciò che Egli promette sembra umanamente impossibile.
E noi, crediamo alle parole che non un angelo, ma il Signore
stesso ci dice giorno per giorno per mezzo del Vangelo, o le riteniamo favole
consolatorie, da prendere colle molle?
Ad esempio, nel canto al Vangelo di oggi sta scritto: “Io
sono Colui che è, che era e che viene; al mio servo che avrò trovato fedele
darò la fulgida stella del mattino.” : è forse questa promessa una bella favoletta?
Maria ebbe fede ed a lei, serva fedele, fu dato di concepire
e partorire il Messia, a noi è concessa la stessa meraviglia, la fulgida stella
del mattino, ossia la luce, la salvezza, la liberazione dalle oscure paure che
ci avviliscono, il coraggio e la forza che ci fanno superare ogni ostacolo.
Se crediamo che questo può succedere a noi, benché misere ed
indegne creature, per grazia e carità di Dio, se ci crediamo con la stessa fede
di Maria, fede pura ed indomabile, il miracolo accade, e lo Spirito Santo ci fa
creature nuove, che niente può abbattere e sconfortare, neppure le vicende più
dolorose e amare.
Il secondo mistero gaudioso ci fa contemplare Maria, la donna
della fede che compie miracoli, in cammino
per andare ad assistere la cugina Elisabetta: ecco le opere della fede, disponibilità
per chi ha bisogno, sollecitudine, conforto, aiuto gratuito, donazione di sé
fino al sacrificio delle proprie comodità e convenienze.
Dobbiamo agire così anche noi, fratelli, sapendo di attirare
non solo e non tanto la benedizione degli uomini, che può anche mancare, ma
soprattutto la benedizione divina, che
per Maria si manifestò nel sussulto del bambino che Elisabetta portava nel
seno.
Dio tutto conosce e tutto riconosce e premia, a maggior
ragione se le nostre opere sono la testimonianza della nostra fede in cammino
verso gli altri per incontrare negli altri Lui, il Signore!
Il terzo mistero gaudioso
ci fa contemplare il bambino Gesù, frutto vivo della fede di Maria.
Anche noi possiamo conseguire tale frutto d’amore, come
abbiamo detto con la fede e le opere della fede, e mostrarlo a tutti attraverso
il nostro volto sorridente, sereno, gioioso, attento, sincero e limpido come quello di un bambino
fra le braccia dei genitori.
Se siamo cupi, scontrosi, sfuggenti, ostili, deridenti, non
siamo figli della luce, molte sono ancora le tenebre che ci portiamo dentro,
orgoglio, malizia, rabbia, cupidigia, vanagloria, e tutte quelle passioni che
nascono dalla carne e sono contrarie allo Spirito.
Purifichiamoci al fuoco di una fede veramente ardente!
Nel quarto mistero gaudioso il vecchio Simeone è l’esempio
della perseveranza nella fede fino all’ultimo giorno della vita terrena: fermarsi
alla soglia del traguardo è da sciocchi, si vanifica e si annulla tutto quanto
fatto in precedenza!
Perseveriamo nella nostra fede come il vecchio Simeone, e
saremo scritti nel libro della vita infinita, come dice la prima lettura di
oggi.
Nel quinto mistero gaudioso ammiriamo la sapienza e la
scienza di Gesù tra i dottori nel tempio: anche a noi sono concessi tali grandi
doni di intelligenza, conoscenza, discernimento, saggezza , in una parola la
sapienza del cuore, nella misura della nostra fede nel Padre celeste che sa
quello che fa, vede e provvede ad ogni nostra necessità.
Con gli occhi della fede possiamo cogliere il senso di
quello che succede e ci succede,capire il disegno di salvezza di Dio mediante
la passione, morte e resurrezione di Cristo e di noi cristiani in comunione
profonda con Lui, e dire a gran voce, come Maria: sì, così sia!
sabato 5 novembre 2016
Apostolato della Preghiera : Incontro diocesano mensile
Incontro diocesano
mensile dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 28 – 10- 2016 alle ore 17,30 presso la rettoria di
San Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro diocesano mensile
che ha aperto l’anno sociale dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino.
Ha guidato la preghiera comunitaria la presidente diocesana
Filomena Saracino Savino, che invitato i presenti a contemplare i misteri dolorosi del santo
Rosario con animo aperto ai suggerimenti dello Spirito, che vuole ammaestrare,
correggere, spronare alla conversione ed al progresso nella fede, nella
speranza, nell’amore.
Prima di iniziare a pregare si è implorata la misericordia
di Dio Padre mediante l’intercessione di Maria madre di misericordia presso il
Figlio suo Gesù con le parole di questa poesia di Ungaretti: “Cristo, pensoso
palpito, astro incarnato nell’umane tenebre, fratello che t’immoli perennemente
per riedificare umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri per liberare dalla morte i morti e
sorreggere noi infelici vivi,
d’un pianto solo mio non piango più, ecco, ti chiamo, Santo,
Santo, Santo, Santo che soffri.”.
Il santo Rosario inizia con la contemplazione e meditazione dell’agonia
di Gesù nell’orto, della sua angoscia, tristezza, disperazione umane, che per
l’abbandono totale alla volontà del Padre che sa quello che fa si trasformano
in compassione e comprensione per noi
peccatori, per i quali offre la vita e merita il perdono e la salvezza :
impariamo da Lui, nostro maestro, fratello, Dio!
La flagellazione di Gesù alla colonna ci ricorda i flagelli,
nella carne e nell’anima, che ogni giorno ci colpiscono, tanto più dolorosi
quando provengono dalle persone a noi più care e più vicine:
Gesù tutto sopportò, tutto perdonò, tutto offrì, impariamo
da Lui, nostro maestro, fratello e Dio!
Quante spine sul capo di Gesù, le nostre ingiurie, le nostre
irriconoscenze, le nostre infedeltà!
Eppure Egli non maledisse, non rinnegò chi lo feriva, ma accettò gli insulti con
animo mite e paziente e misericordioso: impariamo da Lui, nostro maestro,
fratello e Dio!
La croce sono le prove più pesanti, i lutti, le malattie, le
disgrazie, che ci lasciano smarriti ed avviliti: perché proprio a me, che ho
fatto di male? E chiediamo che la croce
ci sia tolta, non ce la facciamo più!
Gesù non se ne
lamentò mai, la abbracciò per amore nostro, e il Padre lo benedisse e in Lui
benedisse ogni creatura provata ed
oppressa che non si ribella alla croce che deve portare.
Impariamo da Gesù, nostro maestro, fratello e Dio!
La morte è liberazione, resurrezione, rinascita a vita
nuova: non ci spaventi, non ci turbi, non ci danni!
Siamo più forti della morte, grazie a Gesù: impariamo da
Lui, nostro maestro e fratello e Dio!
sabato 9 luglio 2016
Apostolato della Preghiera : Il nuovo umanesimo dell’Apostolato della Preghiera...
Il nuovo umanesimo
dell’Apostolato della Preghiera
La Carità divina è predisposta a sempre nuovi disegni di santificazione dell’uomo alla ricerca della Verità incarnata da Cristo, e non lascia irrisolti i
problemi interiori che il progresso sociale determina e scatena nei fedeli sostenitori del precetto evangelico della giustizia colma di
misericordia, in contrasto con il desiderio di
autosoddisfazione dei propri interessi che il mondo coltiva concretamente nel mito del capitalismo.
Il dono della sapienza è concesso a chi non si arrende alla
logica imperante, riconducibile al dominio della carne sullo spirito, ma
richiede un continuo ascolto della avvertenze provvidenziali dei fatti che
accadono, un costante interrogarsi
sul mistero di Cristo in rapporto alla propria vita, una seria riflessione sui valori attuali in
rapporto ai precetti eterni contemplati nell’umanesimo esemplare di Gesù, modello e maestro di ogni
uomo che voglia discernere e fare la volontà del Padre, che tutti chiama ad
essere suoi figli ed eredi.
L’Apostolato della Preghiera ha raffigurato e raffigura il
volto dell’uomo contemporaneo, che non si
rispecchia nell’essere abnormemente razionale professato
dall’illuminismo, e neppure nel tenebroso sognatore invocato dal romanticismo,
ma trova la sua vera dimensione nella persona
di Giovanni, l’apostolo prediletto del Signore, che riceve la Sua intima confidenza per imparare ad interpretare il presente alla
luce della storia della salvezza.
Non conta la prosperità economica, che assoggetta
l’individuo alla legge spietata della produttività, costringendolo ad eccessi
di volontà antagonista, a danno della propria coscienza; non soddisfa
abbastanza il piacere della conquista di tanti diritti sociali, mancando
il gusto della vittoria sulle proprie miserie, acuite dall’andazzo
quotidiano nel segno
del compromesso per il successo,
la sola consolazione non aleatoria risiede nella contemplazione
della terra promessa, dove arriva chi
non pretende i beni materiali, ma chiede
il bene incorruttibile ed essenziale del
cuore umile e mite come il Cuore divino.
La spiritualità dell’Apostolato della Preghiera, ribadita anche dalla recente
ricreazione, è basata sui sentimenti di
Gesù comunicati ai suoi apostoli con le
parole e la vita, e rivela i tratti dell’uomo di preghiera, che per fede
in Colui che supplica si spoglia di ogni convenienza mondana e si abbandona al salutare rimedio di
Dio contro la rovina della passione
terrena: chi si offre in favore dell’incosciente, dell’irriconoscente, del
tiepido e del pavido, si annulla nell’orgoglio personale di essere degno di ascolto e di benevolenza a
motivo della comunione d’intento con il Salvatore e Redentore, e accetta con umiltà e mitezza la Provvidenza paterna per i derelitti, ai
quali si sente avvinto misticamente e per i quali arde di compassione e pietà.
Il dono di sé per il fratello sordo e cieco nei confronti
della Verità e della Carità divine è espressione di corresponsabilità,
solidarietà, intermediazione: sono i pilastri dell’umanesimo cristiano modellato sull’esempio vivo di Cristo
Eucarestia, e sono le basi della sua Chiesa una, santa, cattolica, apostolica,
romana.
Con queste basi abbiamo costruito il nostro edificio
spirituale in mezzo a palestre e discoteche, o più modestamente cortili ed
osterie, ed abbiamo insegnato ai distratti con abnegazione la via della giustificazione.
Ma oggi la nostra vicinanza individuale ed ecclesiale, sensibile
ed intellegibile dal nostro comportamento
ed il nostro argomentare sui costumi dei giovani e dei diversi di ogni genere con consoni accenti, non è sufficiente a
smuovere le diffidenze e le resistenze di quanti si sentono distinti dai nostri progetti umanitari, ed è dovere coniugare l’amicizia con la sincera
testimonianza d’affetto, il rispetto con
l’impegno serio, l’accoglienza con il sostegno sostanziale.
Per vocazione l’Apostolato della Preghiera è missionario, ma
oggi la missione è il presupposto imprescindibile dei nostri atti di carità:
quando il prossimo è familiare, si può
assicurare la sorte dei confratelli in affanno esistenziale
relazionandoli a Cristo nella preghiera e nel sacrificio eucaristico, offerti
per loro in riscatto dei loro oltraggi, e si può trasmettere immediatamente
l’esempio di cui hanno bisogno per
redimersi e mettersi in cammino con noi, ma quando è il
forestiero, il lontano che urge del nostro altruismo, il processo è inverso, in
quanto siamo noi che dobbiamo abbandonare il nostro cammino
abituale e portarci nella sorte dell’altro ancorato alla propria identità, con accortezza e delicatezza.
L’uomo incontro al quale dobbiamo andare non è migliore o peggiore di noi, è il
risultato di altre esperienze di vita, di altre ansie e paure, forse è
miscredente, forse è pagano o impropriamente rispettoso di Dio, forse è
minaccioso o rabbioso, intollerante o rude, molesto o villano, non lo sappiamo,
se non lo contattiamo senza pregiudizi, e lo predisponiamo alla confidenza.
Già l’Apostolato della Preghiera si è adoperato per i
miseri, poveri materialmente e spiritualmente, ne ha fatto il centro dei propri
pensieri generosi, proponendo un umanesimo solidale che non ha paragone nel
panorama mondiale: l’apostolo cristiano
si è proposto come l’uomo per l’altro uomo, forte del sentire e dell’agire di
Cristo, ed ha prodotto la barriera umana contro il male moderno, il pragmatismo
arido e squallido.
La società però in questi ultimi anni è cambiata ancora, si
è infiltrata la regola dell’ottimizzazione del capitale sociale, qualcosa a
metà tra capitalismo e socialismo, e l’attuale globalizzazione del desiderio di cambiamento di prospettiva di
vita è responsabile della corsa alla giustizia reale tra i popoli di ogni
latitudine e longitudine del pianeta.
Il neogiustizialismo contemporaneo ha attivato nella Chiesa maestra di vera
solidarietà un’ulteriore promozione della carità soggettiva ed oggettiva, alla
luce delle parole di Gesù: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i
malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e
non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.”.
(Matteo 9, 12-13)
Il versetto 12 rimanda alla risposta che il Messia diede a
Giovanni Battista riguardo ai malati che gli tendevano le mani per essere
risanati: “I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono
guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è
predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me.”(Matteo
11, 5-6) : la misericordia è applicata ai randagi fuori del tempio, alle creature che vagano nelle tenebre, ai miseri
amari e reietti, ai morti alla speranza di un rimedio al peccato.
È umanesimo che scandalizza i benpensanti, di allora e di
oggi, e portato alle supreme conseguenze è umanesimo globale, che nel mondo
senza più frontiere precostituite trasfigura la malattia dell’umanità deturpata
dalla morsa del fatalismo in opportunità di un nuovo concetto del malato riconosciuto prediletto
da Dio.
Il nuovo umanesimo dell’amorosa preferenza degl’ ultimi
eredita il nobile sacrificio per amore del povero,tanto più se ammalato d’ignoranza
o rassegnazione al male, sacrificio a noi apostoli del Cuore di Gesù
particolarmente congeniale,e ne perfeziona e potenzia la portata: è richiesto
in sostanza il resto,di gran valore, un
atto di misericordia che libera il beneficato dalla paura di essere abbandonato
a se stesso.
Non solo amicizia, dunque, assicura il cristiano al prossimo
che incontra per le vie del mondo, ma la bella novella dei sentimenti che prova
per lui, comprensione, disponibilità, benevolenza.
Il mondo ha bisogno d’amore,
altrimenti muore.
Nei cinque verbi del Convegno di Firenze sul nuovo umanesimo
in Gesù Cristo sono presenti i cardini della nuova evangelizzazione: uscire,
annunciare, abitare, educare,
trasfigurare, fanno la Chiesa come sempre autorevole, provvida, caritatevole,
ma le danno qualcosa in più rispetto alla equilibrata commistione di carisma
profetico- apostolico (Paolo) e crisma pastorale-magisteriale (Pietro) che ella
possiede sin dagli inizi, il servizio appassionato al pellegrino senza
prospettiva futura, da rassicurare e portare alla meta del giusto benessere
dell’anima e del corpo.
Non è solo
preoccupandoci, ma occupandoci realmente
dei poveri in senso lato, che collaboriamo con Cristo alla salvezza
dell’umanità: uscire per annunciare ed
educare significa non accontentarsi di salvarsi ma volere salvare, non
limitarsi a contemplare ma provvedere ai bisogni altrui, non donare e basta ma
donarsi, testimoniando con la vita il Vangelo
che si custodisce nel cuore.
L’apostolo non è l’uomo di scienza, che la materia deve studiarla a perfezione e
sperimentarla in tutti gli
effetti possibili ed immaginabili per evitare di andare allo sbaraglio, è
l’uomo che si muove e va dove una mano tesa lo attende: certo deve contemplare
bene il da fare, deve sapere quello che conviene al fratello, ed è per questo
che la preghiera precede il soccorso, ne è la molla ed il successo.
Senza la preghiera il volere è dovere, nel senso che il carico di
responsabilità che uno si prende sulle
spalle con ammirevole buona volontà
finisce per sfinirlo ed esaurirlo, per mancanza di risultati immediati,
di gratitudine e riconoscenza, di gusto e piacere, e va avanti a fatica, scontento
e depresso: è la preghiera che fa rifiorire e solidifica la fede, la speranza e
l’amore, e li rende strumento docile alla
volontà di Dio, che mai fa avvilire chi,
anche se non la capisce fino in fondo, la osserva come Maria, con filiale e
totale abbandono.
La preghiera è la casa che non crolla mai, il rifugio sicuro
in cui ritrovarsi e ritemprarsi, ed il verbo abitare indica proprio questo tornare a casa e riprendere animo, per potersi spendere poi per il prossimo con
rinnovato vigore ed entusiasmo, come
trasfigurati.
E trasfigurato può e deve apparire il vecchio e glorioso
Apostolato della Preghiera nella misura in cui si modella sul volto pietoso e
misericordioso di Gesù Servo di Dio e degli uomini, in completa concordia con
il Papa e le sue sante intenzioni: il
primo impegno sia di andare in missione
per le vie del mondo,( mai da soli, almeno due a due, come raccomanda il
Maestro ai discepoli), ossia prestare
ascolto alle urgenze intestine di chi si incontra, vincendo con la discrezione
e la gentilezza le immancabili resistenze a fidarsi e confidarsi.
Anche l’annuncio evangelico deve essere corretto e composto,
pieno di slancio ma rispettoso del credo
altrui,un esempio di tolleranza che
convince ed educa più di tanti paroloni, e il sorriso non manchi mai, è il
raggio di sole che scioglie la diffidenza ed il sospetto: la famiglia sia la
situazione privilegiata per comprovare la
ricchezza dei frutti che derivano dai nostri valori fondanti, preghiera che
diventa vita, verità unita alla carità, giustizia avvinta alla misericordia.
Come Apostolato della Preghiera , uniti a Gesù mite ed umile
di cuore soffriamo ed offriamo tutto ciò che siamo ed abbiamo, le nostre
miserie e le nostre virtù, dono queste dello Spirito Santo che il Signore risorto ci ha posto nel cuore,
trasformandolo e rendendolo capace di cose meravigliose, persino perdonare e amare il nemico; come Rete
mondiale di Preghiera del Papa, senza
limiti di spazio professiamo il nostro
credo, lo mettiamo a disposizione di ogni figlio di Dio che non sa di esserlo
già, o di poterlo diventare, lo risolviamo in compassione tenerissima e
grandissima per l’umanità nelle doglie del parto di un nuovo umanesimo, audace
ma non temerario, terreno ma rivolto al cielo, mistico ma ordinario, proprio
per tutti.
È l’era della conoscenza che si fa riconoscenza per l’uomo che non si crede Dio, e per questo
crede in Dio
Filomena Savino.
Filomena Savino.
martedì 21 giugno 2016
Apostolato della Preghiera : Leczio di suor Anna Maria Mulazzani
Apostolato della Preghiera : Leczio di suor Anna Maria Mulazzani:
La lectio di suor Anna Maria Mulazzani
convegno regionale
LECTIO DIVINA LC. 15, 11-32 (cfr. Ger. 31, 16-22)
IL FIGLIO PRODIGO
“18 Ho
ripetutamente udito Efraim lamentarsi: "Tu mi hai castigato e io sono
stato castigato come un torello non domato; fammi ritornare e io ritornerò,
perché tu sei l'Eterno, il mio
DIO. 19 Dopo essermi sviato, mi sono pentito; dopo aver
riconosciuto il mio stato, mi
sono battuto l'anca. Mi sono vergognato e ho provato confusione perché porto
l'obbrobrio della mia giovinezza". 20 È dunque Efraim un figlio caro per
me, un figlio delle mie
delizie? Infatti, anche dopo aver parlato contro di lui, lo ricordo ancora
vivamente. Perciò le mie viscere si commuovono per lui, e avrò certamente compassione di lui», dice l'Eterno. 21 «Rizza
per te dei ceppi, fatti dei pali indicatori, fa' molta attenzione alla strada,
alla via che hai seguito.
Ritorna, o vergine d'Israele, ritorna a queste tue città. 22 Fino
a quando andrai vagando, o figlia ribelle?”.(GER. 31, 18-22)
Quello secondo Luca è comunemente definito ‘Vangelo della
misericordia’. Le parabole di Gesù, specie in Luca, sono una miniera di
misericordia. In esse Gesù tenta di indurre ad una nuova ‘intelligenza del
Regno’.
Con il Capitolo 15 ci si trova al centro di esso.
Per rivelarci il cuore del Padre
Gesù ricorre qui al racconto di una possibile vicenda familiare.
Siamo invitati dal nostro brano
evangelico a condividere la gioia del Padre e a rispondere all’invito alla
festa. Ma per capire e partecipare alla festa organizzata da Dio, è necessario convertirsi al suo amore, vibrare in
sintonia col suo cuore, guardare con i suoi occhi, e soprattutto lasciarsi
attraversare e vivificare dal suo amore.
Detto questo come preambolo,
analizziamo più da vicino la nostra parabola. Essa è in stretto rapporto con le
due che la precedono. Di fatto si tratta di un’unica parabola (v.3) con tre
paragoni. Ce ne rendiamo conto dalle conclusioni che costellano il Cap.15 di
Luca come un ritornello:
“Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era
perduta” (v.6).
“Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia dracma che era
perduta” (v. 9).
“Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era
morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 24 e32).
Lo schema dei tre racconti è lo
stesso: perdita – ricerca- attesa – ritrovamento – festa.
Ad una più grande lontananza corrisponde un più grande amore: per la
dramma e per la pecora ritrovata si fa festa, per il figlio ritrovato si uccide
il vitello grasso, gli si dona l’anello e l’abito regale.
Facciamo ora un passo indietro e
soffermiamoci –con l’aiuto di Don Mazzolari- sull’atteggiamento del figlio
minore: non è che il padre non gli basti – quando decide di andarsene-. E’ il
suo modo di essere di fronte al padre che non gli lascia entrare l’effluvio
della paternità, lasciandolo insoddisfatto e sconsolato.
Ma egli comincia a convertirsi
proprio quando comincia a staccarsi dalla casa.
L’allontanamento può essere
l’inizio di una lenta e pericolosa, ma
provvidenziale elaborazione di un nuovo rapporto col Padre: il vero rapporto
religioso.
Allontanamento e ritorno sono due
termini che nei nostri rapporti con Dio non si oppongono, perché né la nostra
miseria allontana il Signore, né essa ci impedisce di giungere a Lui.
Il Padre è al tempo stesso il
pastore che esce per abbracciare, e la donna che resta dentro casa per
ritrovare; ma il terzo racconto (il nostro) resta aperto, perché, a differenza
dei primi due, non sappiamo se il fratello maggiore resterà dentro casa. Il
destinatario del racconto è proprio lui (o noi) se rifiutiamo di far nostro lo
stile di Dio, o siamo gelosi della sua misericordia.
Questa ‘storia di un ritorno’ si
può dividere in due parti, che hanno come vertice il versetto 18:
MI ALZERO’ (risorgerò) E
TORNERO’ DA MIO PADRE, e gli dirò…
La prima scena (vv.11-24) è dominata dal Padre che spia la strada,
che spera contro ogni speranza.
Quel Padre che non poteva
costringere il figlio a rimanere a casa, a cui non poteva imporre il suo amore,
che ha dovuto lasciarlo andare in libertà, pur sapendo il dolore che ciò
avrebbe causato sia al figlio che a se stesso.
Nell’insoddisfazione, nel suo
estraniarsi dalla casa, il Prodigo pone il primo atto di uno sforzo veramente
religioso che, attraverso varie e dolorosissime vicende, ve lo ricondurrà come
figlio devoto e innamorato. Sovente il
gesto di rivolta non è che il preludio di una dichiarazione d’amore.
Qui il figlio non è ancora giunto al punto di riconoscere il padre: è
ancora lui a dare le soluzioni e a proporle al Padre. Non è ancora un uomo che
vede la sua profonda realtà nell’amore.
Troviamo invece la pienezza del riconoscimento del Padre in Gesù al
Getsemani, quando chiede se è possibile fare diversamente, ma non impone la
propria volontà, riconoscendo nel suo amore di Figlio, la volontà del Padre.
E’ precisamente questo amore filiale che manca ancora al figlio minore
della parabola.
Sarà l’abbraccio del Padre al momento del loro incontro a sconvolgere i
suoi progetti e il suo modo di pensare.
v.14: “Quando ebbe speso
tutto…egli cominciò a trovarsi nel bisogno”; non c’è miglior commento che
quello si S. Agostino nelle confessioni: “Io mi facevo sempre più sciagurato, e
tu, Signore, ti facevi sempre più a me vicino”.
v. 15 : “Allora andò a
mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione”. Questa volta
l’andare ha un passo diverso di quando uscì da casa. Allora – commenta Don
Mazzolari – più che un cercatore era un conquistatore. Adesso lotta per la
vita, per il pane.
v. 16 : Avrebbe voluto
saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, ma nessuno gli dava
nulla”. Ma – continua Don Mazzolari – Dio non ci lascia soddisfatti della
soddisfazione bestiale; non ci consente di spegnere il dono divino che è in
noi. L’uomo deve rassegnarsi ad essere uomo. Dio misericordioso ha posto un
limite all’allontanamento da Lui. Il prodigo può contendere le carrube ai
porci, ma non può accontentarsi, come i porci, di esse.
v. 17: “Allora ritornò in sè”:
prima di trovare Dio, trova se stesso: “Tu eri in me, ma io ero fuori di me” fa
eco S. Agostino.
v. 18: “Mi alzerò…andrò…gli dirò: Padre ho peccato verso il cielo e davanti
a di te…”. Più che l’amore è la disperazione che lo fa parlare e muovere.
“Mi alzerò”: prende la decisione. “Gli dirò : ho peccato”: non voglio gettare
la colpa su altri, mi addosso la mia parte di colpa, che è grande.
“Contro il cielo e davanti a di
te”; non ho trasgredito una legge anonima; dietro la Legge c’è il Tuo cuore, c’è la tua paternità, o Signore!
IL PRODIGO E’ IN
GINOCCHIO
v. 20 : “Si alzò e tornò da
suo Padre”. Si parla normalmente di ‘festa del ritorno’. Il prodigo è uno
che va, e, per il padre, un figlio morto e risuscitato, un perduto ritrovato. Ha riconosciuto il proprio torto e nasce di
nuovo. Il Padre lo accoglie senza domandargli nulla. Dio ci ama come siamo
per farci diventare come ci vuole.
Ed ecco, al versetto 24, vediamo
che la morte diventa vita, cioè: nella fatica sofferta di ‘convertirsi per
ritornare’ non si vaga senza meta. Un Padre veglia per accoglierci a quel
pranzo in cui Egli stesso ci servirà (Lc. 12, 37).
Spesso si ha paura di
sottolineare troppo la bontà e la misericordia di Dio. Ma il Vangelo ci insegna
che l’uomo cambia la sua vita, la sua mentalità non perché viene sgridato e
punito, ma perché si scopre AMATO NONOSTANTE SIA UN PECCATORE. E’ un momento di
intenso amore quando la persona vede ad un tratto tutto il suo peccato,
percepisce se stessa come peccatrice, ma all’interno dell’entusiasmante
abbraccio di Qualcuno che la ama.
La misericordia di Dio è una
pazienza attiva e lungimirante. Che non si stanca di aspettare che uno ritorni.
Così ogni uomo, ognuno di noi,
potrà dire : “Mi alzo e torno da mio padre, a casa”. Potrà dirlo quando si
convincerà della bellezza che si respira nella casa del Padre a causa della
libertà che il suo amore emana. Sì, è più importante capire che Dio ci ama, che
capire che noi dobbiamo amare Dio.
L’amore di Dio ci fa nuovi, ci
restituisce di vivere in una perenne novità di vita (Col. 3,10). Una persona
toccata in modo così vivo e immediato dall’amore riesce ad abbandonare la
mentalità dell’ ‘uomo vecchio’.
Ed ora facciamo un salto qualitativo e vediamo come GESU’ SI E’ FATTO FIGLIO PRODIGO per amore
nostro:
Ha lasciato la casa del Padre
celeste, è venuto in un paese straniero, ha dato tutto quello che aveva ed è
tornato, attraverso la croce, alla casa del Padre.
Egli, l’innocente, si è fatto
peccato per noi e Lui, che ha narrato la parabola a quelli che lo criticavano
perché si accompagnava ai peccatori, ha vissuto per primo il lungo e doloroso
viaggio che descrive.
Dunque, con gli occhi della fede,
il ‘ritorno’ del prodigo diventa il ritorno del Figlio al Padre, dopo aver
attirato a Sé tutti gli uomini.
Rileggiamo la descrizione che i vv. 20-24 fanno del comportamento del Padre all’arrivo del figlio. Non
siamo alla presenza di un bravo figlio che torna a casa e si getta al collo del
padre; al contrario è il padre che investe il figlio della sua paternità. Il
figlio non riesce a pronunciare il discorso preparato, ma la sua mentalità
cambia radicalmente nel momento in cui il Padre ‘gli si getta al collo’. E’
l’amore che cambia una persona, che modifica la sua mente, i suoi sentimenti,
la sua volontà. Scoprendosi amato l’uomo vede se stesso in una luce
assolutamente nuova.
Commentare al ungo questi versetti rischia solo di attenuarne il
vigore.
Sottolineo solo l’incalzare dei verbi:
il Padre vede, si commuove (si turba interiormente), gli
corre incontro, gli si getta al collo (letteralmente ‘gli cadde sul
collo’), lo bacia, e viene preso da una gran fretta:
“Presto!” dice ai servi: la gioia del Padre è così traboccante
che non riesce a trattenersi: ama come solo un padre può amare.
La parabola poteva finire qui,
sarebbe finita come gli altri due racconti analoghi della pecora e della dracma
smarrite, ma qui l’evangelista apre un altro quadro.
La seconda scena (vv. 25-32) delinea il fratello maggiore,
soddisfatto per la sua onestà, che ritiene la conversione una necessità solo
per gli altri (cfr. Lc. 18,11-12 –parabola del fariseo e del pubblicano), e le
cui lamentele nei confronti del padre ricordano quelle degli operai della vigna
di Mt. 20,12.
Dobbiamo riconoscere che i due
figli coabitano nella nostra vita.
Ma se riflettiamo sul figlio
maggiore ci rendiamo conto di quanto sia
difficile ritornare a casa partendo dalla sua posizione.
Di fronte al tornare in vita del
fratello egli prova una reazione di gelosia: in nome della giustizia non può
tollerare che quel fratello sia causa di festa. Com’è possibile? Se n’è andato
prendendo l’eredità che poi ha dilapidato, mentre lui è rimasto a casa,
obbedendo al padre. No, questa festa non gli appartiene.
Tornare a casa da un’avventura
sessuale sembra più facile che tornare a casa da un calcolato sdegno che ha
messo le sue radici negli angoli più riposti del nostro essere.
Certo, è bene essere obbedienti,
ligi al dovere, rispettosi della legge,
ma i nostri risentimenti e lamentele sono spesso misteriosamente legati
a questi atteggiamenti lodevoli.
Ed ecco che il padre esce – non
lo fa chiamare, esce incontro a lui, come ha fatto col figlio minore, e lo
prega con insistenza. Ma il figlio recrimina, vanta la sua giustizia: “Non ho
mai trasgredito un tuo comando”.
Solo con Dio il figlio maggiore
che è in noi sarà capace di tornare a casa, di lasciare che il Padre guarisca
anche lui.
Notiamo più dettagliatamente
l’atteggiamento del primogenito:
-parla innanzitutto di sé: “ Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai
disobbedito a un tuo comando” (v.29). I termini con cui descrive la fedeltà
verso il Padre sono esattamente quelli che definiscono l’ideale religioso degli
scribi e dei farisei: “servire” con perseveranza, cercando con estrema cura di
non ‘trasgredire’ mai nessun comando.
Il figlio maggiore non si sente
trattato con giustizia dal Padre. Ed è a questo suo appunto che il Padre
comincia a rispondere (v.31): “ Figlio,
tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”.
Siamo molto lontani da quel
capretto non concesso: “Tutto ciò che è mio è tuo!”.
-Il maggiore passa poi a parlare
del fratello con un tono che denota il più profondo disprezzo. Non lo chiama
“mio fratello”, ma dice: “questo tuo figlio”, proprio come il fariseo della
parabola parla di “quel pubblicano”.
E ancora il Padre, nel rispondere
(v.32) riprende le ultime parole che concludono la prima parte del racconto, ma
con una variante molto significativa: invece di ‘questo mio figlio’ dice:
“Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato”.
Il figlio maggiore in realtà non
era mai stato nella casa del padre: il suo dimorare accanto al Padre non lo aveva
portato a conoscerne il cuore. Il suo comportamento fondamentalmente non è
diverso dal fratello che se n’è andato: tutti e due non conoscevano l’amore del
padre.
La parabola dei ‘due fratelli che
non sapevano di somigliarsi’ perché non si sentivano liberi, si sentivano
schiavi nella casa della libertà, si interrompe qui.
La parabola non ci dice né dove
né quando, né se il maggiore ha recitato il suo ‘confiteor’. Viene la
tentazione di pensare che egli sia ancora sospeso tra la durezza ingenerosa di
quel cuore che si sente troppo a posto, che ha troppe ragioni per pensare di
dover cambiare atteggiamento.
La sua (la nostra) religione ha
cessato di essere una ‘passione’, è diventata una legge, che mortifica e non
salva.
Il maggiore è uno schiavo nella
casa della libertà.
E’ uno di quelli che vedono
giusto, che portano in tasca la verità, ma non ha la carità: “Quando avessi il
dono della profezia… se avessi tanta fede da trasportare le montagne, se.. se…
ma non ho la carità, non ho nulla (1 Cor. 13,1-3).
La finale – allora – per ciascuno
dipende dall’accettare o no, di condividere la gioia degli angeli di Dio per
ogni storia di fraternità e di figliolanza che ricomincia.
+++++
Ce n’è abbastanza perché possiamo
renderci conto del genere di uomini presi di mira della nostra parabola.
Gesù si rivolge a coloro che si
reputano buoni servitori di Dio e sono incessantemente preoccupati di non
trasgredire i suoi comandi. Essi sono convinti che una pietà così esemplare
conferisca loro dei diritti, e non si scandalizzano per i peccatori (per cui
provano solo disprezzo), ma si scandalizzano per la misericordia che Dio usa
verso di loro.
Perché – se le cose stanno così-
che maggior vantaggio avranno ‘ i giusti’? Se i peccatori sono i privilegiati
della grazia, a che serve continuare a preoccuparsi di osservare i
comandamenti?
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La festa di Dio non è facile. Nell’organizzare la festa il Padre si
trova solo, non capito, persino biasimato. E’ la solitudine di Gesù nel farsi
vicino ai perduti e di riflesso, è la solitudine dei peccatori. La Chiesa è
invitata a diventare luogo di festa sincera per chi ha sbagliato, e mai luogo
implacabile della legge. La Chiesa è invitata, da sempre, ma in particolare ora
da Papa Francesco e nell’anno della Misericordia, a imparare la difficile arte
di creare festa, attraverso l’offerta del perdono fino a settanta volte sette,
organizzando la festa della vita anche là dove sembra impossibile, sanando e
facendo risorgere, così come ha fatto Gesù.
Per capire e partecipare alla festa organizzata da Dio è necessario
convertirsi al suo amore, vibrare in sintonia col suo cuore, guardare con i
suoi occhi, lasciarsi attraversare e vitalizzare dal suo amore.
Il richiamo della tenerezza di Dio verso i peccatori – che la parabola
rivolge ai farisei non è senza valore per noi.
Ci ricorda che non è possibile servire Dio senza partecipare all’amore
che Egli porta ai nostri fratelli ( e a noi) anche e soprattutto se sono (se
siamo) peccatori.
“se Dio ci ha amato così, noi pure dobbiamo amarci scambievolmente” (1
Gv.4,11).
La parabola ci pone allora una
domanda: qual’è la nostra personale reazione all’atteggiamento del Padre? Tocca
a noi dare la risposta che il figlio maggiore non ha dato: ha ragione il Padre
o esagera verso il minore? Come giudichiamo la logica del Padre (che supera
ampiamente la nostra)?
Questa parabola ci aiuta davvero a chiederci, noi che amiamo Dio padre,
quale immagine di Dio abbiamo.
Gesù ci interpella: a ciascuno di
noi dare la risposta nel nostro cuore.
Preghiamo allora così:
“ Donaci, Signore, la fantasia di organizzare la tua festa con progetti
positivi di rinnovamento; donaci luce e
coraggio di denunciare e lasciare tutto ciò che offende il fratello e lo
allontana dal tuo amore; donaci di essere credenti, concordi e capaci di vera
conversione al tuo amore e condividerlo nella festa.
Fa’ che la nostra vita sia profezia della tua festa” Amen.
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