mercoledì 5 dicembre 2018

Apostolato della Preghiera : ritiro avvento 2018

Apostolato della Preghiera : ritiro avvento 2018:

Venerdi 30 novembre ritiro diocesano condotto dai missionari mariani.
Meditazione sull importanza della preghiera e sull' importanza di sentirci tutti veri missionari ognuno di noi nel proprio ambiente .
Rosario meditato e Messa solenne.

sabato 3 novembre 2018

Apostolato della Preghiera : apertura AdP 2018

Apostolato della Preghiera : apertura AdP 2018:

Carissimi,

è iniziato un nuovo anno pastorale, che ci vedrà impegnati nel testimoniare la bellezza e la gioia del Vangelo nelle nostre comunità e secondo le vocazioni ricevute dal Signore. Il suo Cuore è la sorgente di ogni missione, è il luogo sicuro a cui tornare, è il porto di grazia a cui approdare. Come Consiglio diocesano della Rete Mondiale di Preghiera del Papa – Apostolato della Preghiera vi auguriamo un cammino ricco della consolazione e della potenza del Crocifisso Risorto e vi assicuriamo la nostra preghiera e la nostra vicinanza.
Oltre l’impegno della nostra preghiera, vogliamo offrirvi un’occasione per approfondire la spiritualità del Sacro Cuore: il prossimo venerdì 19 ottobre 2018 alle 17,30 sarà in mezzo a noi don Pasquale Ieva, Promotore regionale AdP. L’incontro si terrà presso la parrocchia Madonna del Rosario, via A. Guglielmi 8/a, Foggia.
Apriremo così le attività dell’AdP per l’anno 2018/2019, ma soprattutto avremo modo incontrarci, stare insieme, conoscerci meglio.
I Sacri Cuori di Gesù, Maria e Giuseppe vi accompagnino sempre! A presto!

Foggia, 8 ottobre 2018

Il Consiglio diocesano AdP Foggia-Bovino                                             Il direttore diocesano
   sac. Diego Massimo Di Leo


mercoledì 30 maggio 2018

Apostolato della Preghiera : meditazione maggio

Apostolato della Preghiera : meditazione maggio:

Meditazione mese di maggio

Per la meditazione di questa sera ho preso spunto dal messaggio del Sacro Cuore del mese di maggio” Cuore di Gesù tempio Santo di Dio”, dove padre Ottavio De Bertolis, in modo più articolato commenta questa litania del Sacro Cuore, che potrebbe sembrare fuori luogo, ma non lo è, perché ci può aiutare a contemplare meglio e bene questo mese di maggio, prepararci al mese di giugno e alla solennità del Sacro Cuore per aiutarci sempre più a vivere e ad operare per il bene comune.
Gesù stesso si è presentato come il tempio di Dio.
Gesù caccia i mercanti dal tempio, le autorità degli scribi e dei farisei gli domandano il perché, Gesù risponde” distruggete questo tempio e io in tre giorni lo ricostruirò” San Giovanni scrive nel suo vangelo “parlava del tempio del suo corpo” La sua umanità è il luogo in cui si manifesta Dio, figlio di Dio e seconda persona della Trinità ma è anche uomo, in Gesù vi sono questi due aspetti importanti. Dio e uomo.
Sempre gli uomini hanno costruito un tempio, una tenda una casa, un edificio, un luogo che ci potesse collegare al divino:
Il luogo dove prima si manifestava la presenza di Dio per Israele, era il tempio di Gerusalemme dove vi era l’Arca dell'Alleanza e custodiva le tavole della legge che Dio aveva dato a Mosè, perciò essa era anche il luogo della presenza particolare di Dio. Per gli ebrei il tempio era rappresentato in modo diverso: noi stiamo nella chiesa, gli Ebrei non stavano nel tempio, perché il tempio era riservato solo ai sacerdoti, il popolo stava davanti, in ampi atrii e divisi uomini e donne, perché secondo la mentalità degli antichi non potevano stare insieme.
Ora nel tempio entra Gesù e la sua mossa è la purificazione del tempio, per essere liberato da ogni forma di corruzione, Gesù mostra e offre il tempio del suo corpo che verrà distrutto dalla morte e riedificato nella resurrezione. Gesù si propone come vero tempio del padre, tutta la sua persona manifesta Dio, ecco allora i miracoli, i prodigi, le guarigioni, gli insegnamenti.
Ora non stiamo più fuori negli atrii ma, dentro la chiesa, non siamo più esclusi dal luogo santo ma, siamo nel luogo santo, perché siamo partecipi della stessa Santità di Dio. Gli evangelisti Infatti sottolineano il fatto che, quando Gesù muore apre il velo del tempio, non c'è più quella separazione, non c'è più paura della presenza di Dio, perché siamo chiamati ad essere presenza di Dio.
Ad un certo punto Gerusalemme viene distrutta, il tempio viene distrutto dai Babilonesi e il popolo è portato in esilio, i profeti Immagino che durante questo esilio Il Signore ha accompagnato il suo popolo. Una volta che il popolo ritorna dall'esilio ecco che il Signore ritorna per ricostruire il tempio,  il profeta Ezechiele in particolare vede nella visione “un tempio da cui esce acqua che porta salvezza, scena molto bella: vede sgorgare dall'altare un fiume che va nel deserto, perché intorno a Gerusalemme c'è il deserto, il fiume è Dio che porta salvezza e San Giovanni nell'apocalisse, quando il soldato per accertarsi che Gesù sia effettivamente morto, gli trafigge il costato con una lancia e dal costato esce sangue e acqua, San Giovanni vuol farci capire che Gesù è quel tempio da cui esce il fiume della salvezza. Gesù è quel tempio che i profeti avevano visto. Sangue e acqua sono il simbolo del battesimo e dell'eucaristia. I sacramenti della salvezza per tutti coloro che lungo questo fiume si fanno irrigare.
Un'immagine molto bella è questa il Signore che ci nutre nel deserto. Anche Monsignor Frisina in un canto dice “manna che nel deserto sostieni il popolo nel cammino”, Gesù eucaristia è il cuore di Cristo come sostegno, come medicina, come aiuto al nostro pellegrinaggio nel deserto di questo mondo, naturalmente dal punto di vista spirituale, perché troviamo tante incomprensioni, tanti imprevisti, tanti ostacoli, ma tutto questo ci aiuta a comprendere non solo il mese di giugno del Sacro Cuore ma anche il mese di maggio.
Nelle litanie della Madonna ritorna “Arca Dell'Alleanza” perché Maria ci ha portati a Gesù il testimone del padre. Ecco l'importanza del culto mariano, diceva giustamente Paolo VI non si può essere cristiani senza essere mariani, le due cose devono andare di pari passo. Maria ci porta a Gesù e ad essere unita alla sua chiesa.
La chiesa è la comunità dei credenti è il luogo della nuova Alleanza, ma soprattutto è la sposa di Cristo, quindi noi con Gesù formiamo una sola realtà.

Gesù ha fatto di ciascuno di noi il tempio di Dio, lo dice San Paolo “voi siete il tempio dello Spirito Santo”, non avere più niente a che fare con il male, rispettarvi: ecco la cura di noi stessi, amare il prossimo come se stessi, significa che dobbiamo amarci, dobbiamo volere il nostro bene dal punto di vista spirituale e anche dal punto di vista fisico. Naturalmente dal punto di vista fisico senza esagerare, perché la cura di noi stessi portata all'estremo diventa la nostra morte, tanto ci vogliamo bene in realtà arriviamo a volerci del male.
Quindi Cristo è il tempio di Dio, Maria è L'Arca dell'Alleanza e noi siamo con Cristo tempio dello spirito.
Se siamo il tempio di Dio, se siamo presenza di Dio nel mondo si dovrebbe vedere. Ecco perché Gesù ci nutre di sé, l’importanza dell'eucarestia sta in questo. L'Eucaristia ci fa diventare sempre di più quello che è il battesimo. Presenza e figli di Dio, ma Il seme del battesimo va alimentato attraverso l'Eucaristia, la confessione, la preghiera. Accompagnati dalla materna protezione di Maria potremo entrare sereni in quella dimora che è il Preziosissimo Cuore di Gesù.
Altro elemento importante è l'umiltà che apre il cuore di Cristo e, Maria nostra madre ci dà un insegnamento prezioso e lo dice nel Magnificat “Il signore ha guardato l'umiltà della sua serva”
Se il Signore stesso ha scelto la strada dell’umiltà, questo è il percorso che dobbiamo seguire.
Chiediamo al Signor di sostenerci, a Maria Nostra madre di accompagnarci per essere sempre più testimoni, di poter ascoltare, per poter annunziare, per poter evangelizzare.
Ringraziamo il Signore per il dono di questa riflessione e chiediamo la grazia di poterci preparare bene alla solennità del Corpus Domini e del Sacro Cuore e vivere tutto questo attraverso gli esempi del Signore, della sua stessa vita donata per noi, Impariamo a camminare con Lui e per Lui e Offriamo e ripariamo,siamo figli del padre Celeste, Eredi del regno eterno.
Amen


martedì 27 febbraio 2018

Apostolato della Preghiera : Meditazione di febbraio

Apostolato della Preghiera : Meditazione di febbraio:

Catechesi registrata e poi sbobbinata, si prega di considerare il contenuto e non la forma.


La scorsa volta l'argomento era Gesù misericordioso, che oggi continueremo a meditare, eravamo partiti dal brano dell’Esodo Capitolo 34 versetto 6-7
“Eterno Dio misericordioso e pietoso, lento all’ ira ricco di benignità e fedeltà, che usa misericordia e Perdona il peccato….”
Il titolo con cui Dio si presenta a Mosè è di Dio misericordioso, questo perché, il popolo fa un'esperienza molto forte del peccato e comprende che non sono gli idoli che gli danno forza, ma è il Signore col suo amore e con la sua misericordia, che lo aiuta e lo salva.
 Poi siamo passati ad Ezechiele: il profeta dice in nome di Dio:
“Io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva”
 Da qui partiremo quest' oggi.
 Al tempo di Ezechiele non c'era la concezione della Risurrezione come la riteniamo noi oggi, il bene e il male veniva già compensato su questa terra. Il bene con una lunga vita, abbondanza di figli e prosperità, il male punito con una vita breve, sterilità e miseria e tra i defunti non c'è differenza tra il buono e il cattivo. Tutto succede ugualmente a tutti. La medesima sorte attende al giusto e all’empio. Tutti vanno nello sheol che è il regno dei morti. Poi piano piano si comprende che i buoni e i cattivi non sono allo stesso livello ma esiste una differenza, certo non così delineato come lo conosciamo oggi noi con la venuta di Cristo.
 Il brano di Ezechiele capitolo 18 versetto 21 e 28
“Ma se il malvagio si ritrae da tutti i peccati che ha commessi e osserva tutti i miei decreti e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà e non morirà ….”
 In questo brano Il Signore ci dice una cosa molto importante, non ha nessun interesse a condannare. Noi dobbiamo pensare alla comunione profonda con Dio e ciò che conta è l’Oggi no ieri no domani, una delle più grandi trovate del maligno è quello di riportarci nel passato, molti sono prigionieri del passato, però Il passato è passato non si può tornare indietro e mettere a posto le cose. Oggi la salvezza entra nella tua casa. Il nuovo testamento insiste molto sull’oggi dobbiamo vivere il presente e nel presente che si gioca la nostra appartenenza a Dio. L'inganno sta proprio in questo essere prigionieri del passato e perdere solamente tempo; quindi attraverso Ezechiele questo il Signore vuole dirci vivi l’oggi. Cristo si è fatto uomo per poter dividere tutto della nostra umanità è vicino a noi, è questa la nostra salvezza oggi e sempre.
Ma ritorniamo al perdono. Come possiamo vivere una situazione di riconciliazione di perdono concretamente? come si fa?  Ricordiamo tutti quando Pietro chiede a Gesù: Signore quante volte devo perdonare e aggiunge 7? 7 era il numero perfetto (il numero sacro perché è il simbolo di Dio attraverso il quale si proclama la Sua completezza e perfezione) ma Gesù gli risponde non 7 ma 70 volte 7.
Abbiamo poi, la parabola nel Vangelo del servo spietato (Matteo 18,21-35) Il primo, debitore, la sua supplica, e il condono del suo debito. Il secondo debitore, la sua supplica e la risposta spietata del primo debitore e il meritato castigo del primo debitore. Ancora: la parabola del buon samaritano che ci fa comprendere benissimo che cosa vuol dire essere misericordiosi. L'atteggiamento del samaritano è l'atteggiamento misericordioso di Dio. Dobbiamo farci prossimo all'altro e non aspettare che l'altro si avvicina a noi, anche se ci ha ferito e ci ha fatto del male. Gesù ha dato la vita anche per lui. A noi non viene naturale aprire il cuore a chi ci fa del male perciò è necessario chiedere l’aiuto a Gesù, l'aiuto dello Spirito Santo. San Paolo dice se proprio non potete amarvi almeno non vi divorate a vicenda, ma Dio ci ama comunque, anche se siamo inaffidabili.
Per il cristiano la norma dovrebbe essere l'amore verso i fratelli ma, non sempre è scontato questo. Perché noi a volte non consideriamo proprio gli altri, quante volte sentiamo dire “quello non conta niente” Ancora peggio è quando qualcuno ci fa un torto, a volte anche gravissimo, non siamo in grado di perdonare, di andare oltre. Questo perché: il perdono è un dono che si ottiene con la grande fede pregando e chiedendolo. Ricordate nei Promessi sposi, nel 4° capitolo, il passo finale, la figura di Ludovico che fattosi frate, assume il nome di fra Cristoforo, chiede il perdono al fratello della sua vittima. Il perdono da lui tanto desiderato gli è concesso e umilmente chiede che gli venga donata una pagnotta di pane, essa servitagli su un vassoio d’argento e messa nella misera sacca di iuta, sarà conservata dal frate fino alla morte, per ricordargli la facilità con cui si può peccare, perché il più severo dei tribunali è quello della nostra coscienza.
 Questo dobbiamo sforzarci di capire. L’ hanno compreso bene i più grandi santi che hanno fatto una esperienza forte di perdono e che hanno capito che il Signore li accettava così come erano nella loro piccolezza, nella loro semplicità, nella loro debolezza.
Questa è la spiritualità del sacro cuore. Farci prossimo, farci piccoli, perdonare, aver sempre il cuore aperto, farci guidare dalla grazia di Dio e comprendere che tutti siamo peccatori, e che una fede che non si fa carità, non può mai essere gradita a Dio e soprattutto essere strumento di riconciliazione e di pace.



domenica 11 febbraio 2018

Apostolato della Preghiera : Meditazione Gennaio

Le catechesi di don Massimo sono audioregistrate,  poi vengono sbobbinate conservando la fedeltà del discorso, per cui non si tenga in considerazione la forma ma la sostanza. Grazie
Apostolato della Preghiera : Meditazione Gennaio:

Meditazione 26 gennaio 2018 ultimo venerdì del mese condotta da Don Diego Massimo Di Leo
Cominciano l’ anno proponendo la riflessione sulle litanie del Sacro Cuore (approvate da Papa Leone XIII nel 1899) che contemplano Gesù nei suoi vari aspetti.
Iniziamo a riflettere sulla litania “Gesù paziente e molto misericordioso”
Gesù è sommo sacerdote pietoso e molto misericordioso. E’ facile a volte poter dire Gesù ci perdona ma, il perdono richiede un vero e profondo pentimento, ed è per noi difficile avere questo profondo sentimento di pentimento, ma il Signore nella sua grande bontà si accontenta di quello che noi possiamo dargli. La sua grazia lo rende perdono vero.
Torniamo però un po’ indietro al libro dell’ esodo: durante il cammino nel deserto il popolo sarà sottoposto a tante prove,  ci saranno tante infedeltà e crisi , ricordiamo il vitello d’ oro, il popolo vuole un Dio a suo uso e somiglianza. Ma il Signore, misericordioso e lento all’ira che conserva il suo amore per mille generazioni perdona la colpa, la trasgressione e il peccato ma non lascia senza punizione. Dio perdona il suo popolo  infedele, ricompone l’alleanza e continua a fidarsi dell’ uomo. Israele arrivato nella terra promessa continuerà ad essere peccatore e infedele, non ascolterà più i profeti mandati da Dio, che gridano “ ritornate sulla strada giusta” “ci saranno castighi”, anzi il popolo definendoli profeti di sventura li uccide. E questi atteggiamenti si ripeteranno e si ripetono sempre. A quei tempi il sacerdote o meglio il sommo sacerdote, come Aronne, era colui che rappresentava il popolo di Dio prendeva su di se il peccato del popolo, in modo spirituale e lo espiava con sacrifici.
Isaia dice
L'empio abbandoni la sua via
e l'uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Noi oggi abbiamo il massimo dei sommi Sacerdoti che è Cristo che prende su di sé tutti i nostri peccati.
Tutti conosciamo le parole di Gesù che ci dice “Venite a me affaticati, stanchi ed oppressi ed io vi darò ristoro, imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per la vostra vita”.
Il Signore vuole salvarci, donarci la pace ma siamo noi che lo rifiutiamo e ci condanniamo.
Ci dona delle armi potenti:
 la preghiera: pregare incessantemente, ma come si fa a pregare sempre?, se si desidera la comunione con Dio si sta già pregando;
il sacrificio, la carità che non è solo fare l’ elemosina, cioè riempire la bocca dell’ altro, ma è incontralo, capire i suoi bisogni e le sue necessità.
 e il perdono con la confessione.
Per cui concludendo riprendiamo il brano di Isaia che ci dice:
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
La riconciliazione con Dio è grazia ma fatta con il grande desiderio di essere perdonati e perdonare, cerchiamo di non essere sciavi della forma e non andare poi alla sostanza delle cose
Se toglierai di mezzo a te l'oppressione,
il puntare il dito e il parlare empio,
se offrirai il pane all'affamato,
se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce,
la tua tenebra sarà come il meriggio.
 Ti guiderà sempre il Signore,
ti sazierà in terreni aridi,
rinvigorirà le tue ossa;
sarai come un giardino irrigato
e come una sorgente
le cui acque non inaridiscono.
La prossima volta vedremo che cosa significa mettersi in un atteggiamento di riconciliazione: ed è questo che il Signore desidera per la nostra vita.

domenica 17 dicembre 2017

ritiro avvento

Dicembre AdP
Ritiro tempo di avvento
Giorno 14 alle ore 18 presso la chiesa Madonna del Rosario si è tenuto il ritiro comunitario diocesano dell’AdP Foggia-Bovino, condotto dal nostro assistente spirituale don Massimo Di Leo.
Si è recitato il Rosario, seguita la S. Messa e l’esposizione di Gesù Sacramentato.
Innanzi a Gesù don Massimo, ha tenuto una lectio divina sul vangelo di domenica 17 (Giovanni 1,6-8.9 19-28)
Dopo aver invocato lo Spirito Santo e un breve momento di silenzio don Massimo iniziava con lo spiegare chi era Giovanni e la sua missione.
“Questo brano si colloca nel 1° capitolo del vangelo di Giovanni, l’inizio è dominato dal prologo che ascolteremo a Natale. L’apostolo sente il bisogno di iniziare così il suo vangelo perché c’è il rapporto con l’inizio della creazione e l’evangelista vuole raccontarci la creazione nuova che Dio fa, attraverso il figlio suo con l’opera dello Spirito Santo: la redenzione. Nella genesi Dio crea attraverso le parole “Dio disse” nel nuovo testamento la parola è Gesù “Ecco che il verbo si fa carne e prende dimora in mezzo a noi”Prende una tenda di carne e la fa in mezzo a noi, cioè nella nostra umanità, nelle nostre difficoltà, nelle nostre certezze per farle diventare storia di salvezza.
L’apostolo subito ci fa conoscere e punta il dito su una figura importantissima che è quella di Giovanni Battista, lo chiama semplicemente Giovanni. Il ruolo di battezzatore è secondario. Lui è il compimento della profezia, il precursore, è l’amico dello sposo.
Figlio di sacerdoti predicava e praticava il battesimo, considerato a quei tempi come purificazione del corpo. Tanti altri gruppi del giudaismo praticavano il battesimo, avevano la concezione del peccato legato alla pulizia: facevano le abluzioni, si lavavano le mani, i piatti, i bicchieri. Non facevano differenza fra corpo e spirito, ciò che sporcava il corpo sporcava anche l’anima. Il battesimo del Battista, accompagnato da una predicazione esigente, è di preparazione per accettare Colui che battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Giovanni Battista ci dà una grande lezione di umiltà, molti lo ascoltavano e lo seguivano, tra questi anche alcuni degli apostoli, Giovanni, Andrea e altri, ma il Battista sa che al centro c’è il Cristo. Non dice mai sono, ma sempre “ non sono “ “ Lui deve Crescere ed io diminuire” Lui lo sposo e la sposa è il popolo di Dio, io ho preparato questo matrimonio; ed è questa la vera grandezza del Battista. Lui ci insegna a essere gli accompagnatori e i custodi dei nostri fratelli, di essere gli amici dello sposo.
Il Battista è un testimone che traghetta verso la nuova alleanza ed è anche un martire di quest’alleanza, perché come sappiamo tutti, pagò con il sangue, fu decapitato.
All’epoca si aspettava il Messia, c’era una grandissima attesa, attesa politica, religiosa, di riscatto sociale, tante forme di attesa e tanti si presentavano come il Cristo, ma ecco che si presenta Giovanni e si discosta da tutti. Lui sembrava essere veramente il Cristo perché ha un atteggiamento di semplicità, di umiltà, di essenzialità, si ritira nel deserto è figlio di sacerdoti e quindi anche lui sacerdote per eredità. Incarna così bene le attese del suo popolo. E’ un uomo forte, deciso, che ama la verità, rifiuta le alleanze ambigue e i compromessi è colui che secondo il popolo darà la salvezza perché mandato da Dio.
I sacerdoti sono incuriositi e mandano i capi di Gerusalemme a vedere cosa succede in questa parte del deserto lungo il fiume Giordano.
Perché Il Battista sceglie proprio il deserto e il Giordano. La sua scelta è indicata unicamente dalla tradizione biblica Giovanni scelse proprio quel luogo di fronte a Gerico, dove il popolo di Israele era entrato nella terra santa attraverso il Giordano. La scelta di quel luogo corrispondeva all’antica condizione di Israele prima del passaggio del fiume. Il deserto e il Giordano due posti legati al ricordo, all’alleanza. Attraversando l’acqua ci si libera dalla schiavitù egiziana. Israele nasce come popolo attraverso il pellegrinaggio nel deserto. Israele doveva ritornare  a casa, al suo Signore. Ricchezza, agi, comodità, potenza, troppe sicurezze, bisognava ritornare al vero e unico Dio.
I sacerdoti del tempo vedono in Giovanni un agitatore del popolo, uno che vuole distruggere, loro non sono pronti alla novità, né a vedere né ad ascoltare e gli chiedono “Tu chi sei?”, per trovare qualcosa per accusarlo. La stessa domanda la faranno poi a Gesù.
Anche noi siamo addormentati nelle nostre certezze, nei nostri agi, nelle comodità, dobbiamo lasciarci scuotere. E a volte siamo addormentati avendo Gesù in mano, avendo il rosario in mano L’ avvento deve portarci alla ricerca della verità. Giovanni il Battista ci insegna come aspettare e annunciare il Cristo e come possiamo annunciare se non prima ascoltiamo e ascoltare con il con il cuore.
 Il cuore non è solo la sede dei sentimenti, è il centro della persona: volontà, intelligenza, sentimenti, emozioni questo cuore il Signore vuole che lo apriamo, essere pronti ad ascoltare. Essere delle sentinelle che stanno al posto di osservazione notte e giorno pronte a vedere il Suo ritorno, per essere come Giovanni il Battista amici dello sposo, allora sì che si costruisce il vero tempio, altrimenti quest’ avvento passerà come tanti altri avventi e natali. Ogni momento dell’avvento deve essere momento di crescita, i propositi sempre più forti e propositi certezze: oggi la salvezza è entrata nella mia casa. Viviamo l’avvento come approfondimento personale.
Ringraziamo il Signore per l’ascolto, per i benefici che ci ha donato, e per tutto ciò che ci ha dato.

Chiediamo l’aiuto di Maria nostra madre, che ci aiuti e ci insegni come fare.

lunedì 27 novembre 2017

Apostolato della Preghiera : novembre meditazione

NOVEMBRE
Incontro diocesano mensile
Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 24 novembre 2017, alle ore 17,30 , presso la chiesa " Madonna del Rosario" via Guglielmi, 8 a Foggia, si è  tenuto l 'incontro comunitario dell’ultimo venerdì del mese dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino , con la guida del nostro assistente spirituale don Massimo Di Leo.
Si è riflettuto, approfondendo, sull' intenzione del Papa di questo mese che vuole si preghi:
"Per i cristiani in  Asia, perché testimoniando il Vangelo con le parole e le opere, favoriscono il dialogo, la pace e la comprensione reciproca, soprattutto con gli appartenenti alle altre religioni."
Don  Massimo ci portava a riflettere sui i punti d' incontro con le varie religioni, premettendo che tutte hanno una loro spiritualità, una meditazione, un culto. In ogni religione cambiano i segni, i modi, le forme per adorare il Divino, ma è proprio la fede e la spiritualità intensa , dove è possibile avvicinarci ai fratelli lontani.  Certo noi sappiamo che in Cristo c'è la verità assoluta, ma il dialogo, che a volte pare difficile e contrario, è possibile e va anche se con sforzo trovato e ricercato.
Don Massimo ci invitava a ricercare nei fratelli non solo dell'Asia ma anche a noi vicini, al nostro prossimo, il bene che c è in ognuno di noi, e a non guardare i difetti, ai quali spesso siamo portati ad evidenziare e a criticare.
         "  La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene;
            amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno,gareggiate nello stimarvi a vicenda."
           lettera ai Romani cap.12 versetto9
Dopo la meditazione si è recitato il Rosario, celebrata la Santa Messa e abbiamo concluso con la consacrazione al Cuore di Gesù.

venerdì 10 novembre 2017

Apostolato della Preghiera : ottobre 2017

Apostolato della Preghiera : ottobre 2017:
Incontro diocesano mensile
Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 27 ottobre 2017, alle ore 17, presso la rettoria di San Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è aperto l’anno sociale 2017-2018 dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino con l’incontro di preghiera comunitario dell’ultimo venerdì del mese, da ottobre a giugno.
La presidente diocesana Filomena Saracino Savino ha presentato ai presenti  il nuovo direttore diocesano don Massimo Di Leo, nominato il 20-10-2017, e nelle sue mani ha rassegnato le dimissioni dal ruolo diocesano,  conservando  l’incarico di delegata  della Puglia nord al Consiglio nazionale AdP.
Nuova presidente diocesana è stata subito nominata la sig.ra Clementina Valentini De Stefano, vice presidente la sig.ra Maria Vania Iannelli, segretaria la sig.ra Anna Maria Tozzi De Stefano.
Dopo l’augurio corale ai nuovi responsabili diocesani di un servizio  fecondo e fruttuoso per il Regno di Dio,  don Massimo ha solennemente inaugurato l’anno sociale AdP celebrando la santa Messa in onore del Cuore di Gesù.
Ha poi comunicato che i prossimi incontri mensili diocesani avverranno nella chiesa parrocchiale Madonna del Rosario, di cui lo stesso don Massimo è parroco: grande riconoscenza è stata espressa per l’accoglienza calorosa  ricevuta  negli anni dai responsabili della rettoria di San Giuseppe.

La seduta  è stata sciolta con la benedizione solenne  ai fedeli zelatori convenuti dalle varie parrocchie dove l’Apostolato della Preghiera è ancora vivo, con la speranza che rifiorisca sempre più ricco di frutti santi di fede e di amore.

domenica 29 ottobre 2017

Apostolato della Preghiera : inizio anno sociale

Consiglio nazionale straordinario AdP
L’anno sociale 2017-2018 dell’Apostolato della Preghiera-Rete mondiale di Preghiera del Papa è stato ufficialmente inaugurato nelle 5 diocesi della Puglia Nord (Foggia-Bovino, Cerignola-Ascoli Satriano, Lucera-Troia, Manfredonia-San Giovanni Rotondo-Vieste, San Severo) con le varie attività parrocchiali ed interparrocchiali che riguardano il culto al Cuore di Gesù, l’adorazione eucaristica  con finalità di riparazione e di rendimento di grazie, la meditazione della Parola, il richiamo costante alle intenzioni mensili di preghiera del Papa, la preparazione ai Sacramenti, la partecipazione profonda alla santa Messa.
Sono puntualmente ripresi  le catechesi  formative e gli incontri comunitari di approfondimento della spiritualità dell’AdP, sulla traccia del cammino del cuore proposto da padre Tommaso Guadagno: i suoi testi da ormai 2 anni sono stati adottati  in gran parte dei centri  di  preghiera, ed hanno dato lo spunto per ulteriori  sviluppi della contemplazione ed imitazione della persona e della vita di Cristo.
La diocesi di Foggia-Bovino in data 20 ottobre 2017 ha avuto la gioia di essere affidata alla guida del nuovo direttore diocesano don Massimo Di Leo, giovane prete serio e preparato, ed il 27-10-2017 la presidente diocesana Filomena Saracino Savino lo ha  calorosamente presentato a quanti sono convenuti  per il primo cenacolo  di comunione di fede dell’anno  sociale in corso.
Nella stessa occasione la signora Savino, dopo 35 anni di ininterrotta presidenza, ha annunciato il suo ritiro dal ruolo diocesano a favore della signora Clementina Valentini  De Stefano,che ha accettato con riconoscenza  e convinzione la nuova, importante responsabilità di essere a servizio attivo del Regno di Dio.
La signora Savino conserva il solo ruolo ufficiale di delegata della Puglia Nord al Consiglio Nazionale.
Attendiamo tutti fiduciosi le direttive del nuovo direttore nazionale padre Alessandro Piazzesi, al quale rivolgiamo sinceri auguri di lavoro fecondo e fruttuoso per un nuovo e santo Apostolato della Preghiera.
               Filomena Saracino Savino

sabato 3 giugno 2017

Apostolato della Preghiera : ADP

Incontro diocesano mensile dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 1 giugno 2017, dalle ore 17,30 alle 18,30, presso la rettoria di San Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro mensile diocesano di preghiera dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino, sotto la guida della presidente diocesana Filomena  Saracino Savino.
La Pentecoste è ormai vicina, e si attende la venuta dello Spirito Santo con cuore gioioso, perché Gesù lo ha promesso ai suoi seguaci che pregano e vivono i suoi insegnamenti con fedeltà e convinzione.
Certo non è facile rimanere fedeli al comandamento dell’amore quando intorno a noi c’è chi semina odio, discordia, menzogna, ed in noi stessi c’è risentimento, invidia, gelosia, a dispetto degli sforzi che facciamo per essere buoni e misericordiosi: è per questo che è necessario lo Spirito Santo, per vincere gli istinti naturali, per superare i limiti abituali, per dominare il carattere scontroso, orgoglioso, irascibile che ci ritroviamo per mancanza di disciplina seria e costante.
Solo lo Spirito Santo ci può cambiare in profondità, bruciando le cattive abitudini, i vizi incalliti, le passioni malsane della carne, con la fiamma della carità di Dio che scende su chi la invoca con cuore sincero e puro.
Maria nel cenacolo insieme agli apostoli  aspettava il Consolatore promesso dal Figlio, era convinta che la luce della verità avrebbe illuminato la loro vita, la loro via, togliendo timori e paure, dubbi ed incertezze, e di fronte a tale fede  il Signore della gloria intervenne con potenza e spazzò ogni debolezza umana, e rese Lei  e gli apostoli riuniti in preghiera testimoni ardenti  e convincenti della somma bontà e provvidenza di Dio.
I misteri del santo Rosario che dal primo all’ultimo richiamano a meraviglia la manifestazione dell’amore del Padre e del Figlio mediante il loro Spirito di Verità e di Carità sono i misteri della luce, che vengono  stasera contemplati per tale motivo particolare ed anche per rispetto del calendario liturgico del giovedì.
Nel primo mistero luminoso, il battesimo di Gesù nel Giordano, si contempla quanto descritto nel Vangelo:
“Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua, ed ecco si aprirono i cieli ed Egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto.” (Matteo 3, 15-17).
Gesù riceve lo Spirito Santo a sigillo della sua fedeltà, della sua obbedienza al progetto di salvezza del Padre che voleva fare di lui, il Figlio prediletto, la vittima innocente dei nostri peccati: lo Spirito Santo è sempre un premio, una ricompensa straordinaria per una condotta mite ed umile come quella di Maria e Gesù, o riconoscente dei propri difetti come quella dei peccatori pentiti e desiderosi di conversione;  è sempre un segno di amore del Padre che vuole tutti santi, il Figlio e coloro che credono nel Figlio, che Egli ama come ama il Figlio, se sono una cosa sola con il Figlio, come dice il Vangelo di oggi.
Amiamo dunque Gesù, e la sua gloria sarà la nostra gloria, la sua perfezione la nostra perfezione.
Secondo mistero luminoso, le nozze di Cana.
L’acqua che diventa vino buono è segno della potenza dello Spirito Santo, che trasforma il cuore dell’uomo incapace di atti coraggiosi e nobili in cuore pronto a donarsi senza riserve per la gloria di Dio ed il bene dei fratelli.
Maria pregò Gesù a nostro favore perché compisse tale miracolo e lui, che era una sola cosa con il Padre, operò la conversione dalla miseria alla pienezza delle virtù cristiane.
Preghiamo con fede come Maria, preghiamo Maria, ed ella otterrà per noi dal Padre e dal Figlio lo Spirito Santo che trasforma la nostra vita e la custodisce al riparo dal sepolcro, dalla corruzione, come dice il Salmo di oggi:” Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.”.
Terzo mistero luminoso: l’annunzio del Regno
Gesù dice: “ Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete  al Vangelo.”  Poco  dopo queste parole, secondo il Vangelo di Marco, gli portarono un paralitico e  lo calarono attraverso il tetto  per metterglielo davanti. Egli allora, vista la loro fede, disse al paralitico: “ Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati.”  E l’uomo guarì nel corpo e nello spirito.
Ecco, quando l’uomo è smarrito, come paralizzato dalla richiesta di conversione che gli viene da Dio, e non sa come fare, non ha la forza di muovere un passo sulla via stretta e faticosa dietro Cristo, è Cristo stesso che lo prende per mano e lo salva, vista però la fede in lui.
La fede e la preghiera sono la condizione indispensabile per essere risanati, salvati, santificati,e l’aiuto di Dio è una grazia, ma una grazia che solo la nostra insistenza e la nostra perseveranza rendono possibile.
Possiamo convertirci se lo vogliamo a tal punto, che niente blocca la nostra volontà, né i tentativi falliti, né le difficoltà a vincere noi stessi, né la tentazione che è tutto inutile, perché sappiamo, sulla base della promessa di Gesù, che quando busseremo al suo cuore con fede pura e matura, dopo tante prove, Egli ci aprirà  e ci donerà il suo santo Spirito di consiglio e di consolazione.
Quarto mistero luminoso: la trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor.
“Pietro stava ancora parlando quando una nube luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva:”Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo.” (Matteo 17, 3-5): è ancora una manifestazione della potenza di Dio, ancora la luce dello Spirito Santo che fa brillare come il sole il volto di Gesù e fa diventare candide le sue vesti, ancora il compiacimento del Padre per il Figlio che sta per immolarsi per compiere la sua volontà di salvezza dell’umanità, con in più un chiaro messaggio, di ascoltarlo, il Messia, per essere anche noi nella luce, nella gioia, nella gloria.
Quinto mistero luminoso: l’istituzione dell’Eucarestia
L’Eucarestia è la massima espressione della potenza dello Spirito Santo, è la trasformazione del pane e del vino in corpo e sangue di Gesù  per stabilire una nuova alleanza tra Dio e l’uomo grazie al sacrificio sulla croce del Figlio unigenito.
E ogni uomo che mangia e beve il corpo ed il sangue di Cristo diventa figlio ed erede del Regno, da schiavo del peccato quale era.
 Lo Spirito Santo ci trasformi il cuore vecchio in cuore nuovo, unito al Cuore di Cristo per l’eternità: questo è l’augurio che stasera ci scambiamo, perché sia così.  E così sia.



venerdì 5 maggio 2017

Apostolato della Preghiera : incontro diocesano 28/4/2017

Apostolato della Preghiera : incontro diocesano 28/4/2017:
Incontro diocesano mensile dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 28-4-2017 alle ore 17,30 presso la rettoria di San Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro mensile diocesano di preghiera dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino.
La responsabile diocesana Filomena Saracino Savino ha richiamato i presenti alla contemplazione delle letture pasquali che invitano alla conquista dei beni celesti, non soggetti alla corruzione, allo svilimento, al tarlo dei comportamenti umani capaci di rovinare l’armonia e la bellezza dei beni sensibili, ed ha proposto Maria Vergine come modello di comportamento  di fronte alle prove della vita, che grazie al dono celeste dello Spirito Santo, il bene per eccellenza, sono  accolte con serenità e docilità alla volontà di Dio, provvidenza assoluta.
I misteri del santo rosario colmi di fede, speranza ed amore verso il Signore buono e misericordioso sono per eccellenza  i misteri gaudiosi, che contemplano l’abbandono di Maria nella potenza e sapienza dello Spirito vittorioso sulle dottrine ed attività meramente umane.
Il primo mistero gaudioso è appunto il ricordo dell’abbandono fidente di Maria al progetto di salvezza del Padre celeste, abbandono testimoniato anche dal comportamento degli apostoli di fronte agli insulti ed alle offese ricevuti a causa della loro appartenenza a Cristo salvatore e redentore: essi, per quanto fustigati ed oltraggiati, erano lieti, e non cessavano di insegnare e portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo.
Ricevuto il dono atteso con fede, la Carità di Dio, Maria e gli apostoli non si chiudono al prossimo, non si isolano, ma portano al mondo il loro esempio di fedeltà, ubbidienza, comunione con la persona di Gesù e con il Padre per mezzo dello Spirito Santo che li unisce.
Nel secondo mistero gaudioso Maria manifesta l’amore incarnato che porta nel seno correndo in aiuto della parente bisognosa di cure: l’amore che si riceve da Dio deve essere donato agli altri, altrimenti si perde, giacchè è amore  trinitario, basato sulla donazione gratuita dell’amore,  che più si dona, più cresce.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci che leggiamo nel Vangelo significa proprio questo, che se si dà tutto il bene che si ha nel cuore, anche se è poco ed insufficiente per vincere o convincere l’altro alla reciproca comprensione e compassione, avviene il miracolo ed esso si moltiplica, ed addirittura ne avanza.
Nel terzo mistero gaudioso si contempla la Parola di Dio incarnata, la Parola viva, che nutre e sazia e rende forte e saldo chi la riceve con fede e la conserva nel cuore, per farla fruttificare e metterla a disposizione del prossimo desideroso di parole eterne, deluso dalle parole vane del mondo.
Nel quarto mistero gaudioso il vecchio Simeone preannunzia a Maria che una spada le trapasserà il cuore: è la spada della verità, l’altra faccia della carità, è la spada che  ricorda dolorosamente che la vita deve essere perduta ed offerta al Padre che ce l’ha donata, per essere resa infinita e gloriosa.
Gesù è il Maestro della Verità  della croce come strumento di salvezza e santificazione, per suprema Carità sua e del Padre suo e nostro.
Nel quinto mistero gaudioso  Gesù dice che deve occuparsi delle cose del Padre suo, delle cose di lassù, e lo dice non perché  vuole estraniarsi dai suoi cari e dal mondo, ma perché vuole prepararsi a servire i suoi seguaci, il suo popolo, colmo di scienza e di sapienza.
Come Gesù alziamo gli occhi al cielo ma guardiamo anche negli occhi i nostri fratelli, per non dimenticare che sono come noi seme di verità e di carità, che può diventare frutto santo con la cura ed il calore reciproci.
Santifichiamoci per santificare, uniti al Padre ed al Figlio mediante lo Spirito Santo.
Speriamo che sia così, e così sia.

  



domenica 2 aprile 2017

Apostolato della Preghiera : 31 Marzo 2017

Apostolato della Preghiera : 31 Marzo 2017Incontro mensile diocesano dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 31-3-2017 alle ore 17,30 presso la rettoria di San Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro mensile diocesano dell’Apostolato della Preghiera di Foggia- Bovino.
Ha condotto la preghiera comunitaria sotto forma di rosario meditato la presidente diocesana Filomena Saracino Savino, che ha manifestato ai presenti la gioia di contemplare e meditare insieme i misteri della passione, morte e risurrezione di Cristo, dopo una lunga interruzione per i disagi del tempo invernale ed il picco dell’influenza stagionale.
La preghiera con il santo Rosario nell’imminenza della Pasqua del Signore si propone di ottenere la grazia della fede che apre la porta del cuore di Gesù e ci assicura la vittoria sulle nostre debolezze, sulle nostre paure, sui nostri miseri pensieri, ossessionanti e fuorvianti dalla retta condotta di vita.
Nel primo mistero doloroso, l’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani, la riflessione questa volta verte non soltanto su Gesù solo e sofferente, per l’incoscienza dei suoi discepoli e per il presagio dell’ora fatale, ma anche sulla nostra agonia. Perché siamo nell’angoscia tanto spesso, perché improvvisamente ci assale il timore di quello che deve venire, perché non ci sentiamo soddisfatti  delle nostre amicizie, dei nostri più intimi interlocutori indifferenti ai nostri problemi ordinari e straordinari, e infelici e delusi ci aspettiamo amarezza  senza fine?
Con Gesù il rischio di perdere il coraggio di accettare le ore buie intraviste dolorosamente non esiste, perché dopo un attimo di smarrimento umanissimo è pronto a gettarsi nelle braccia del Padre e fare fedelmente la sua volontà, destinandosi alla vittoria gloriosa sulla morte,  con noi invece il rischio di finire schiacciati sotto la disperazione  è fortissimo, se non reagiamo ai nostri drammi con la forza della fede.
Maria, donaci un po’ della tua fede assoluta, nell’ora della lotta tra la carne e lo spirito, tra il nostro progetto miope ed il progetto provvidenziale di Dio, tra la difesa inconsulta della nostra vita mortale ed il dono della vita nelle mani di Dio che può salvarla e santificarla.
Nel secondo mistero doloroso, la flagellazione di Gesù, il paragone che ci viene spontaneo è tra la nostra incapacità a sopportare le avversità quotidiane con calma, pazienza, docilità, e la serena rassegnazione di Gesù : noi ci agitiamo e ci sconvolgiamo, finendo per assomigliare ad animali feriti che ringhiano contro tutto e tutti, senza coscienza di compromettere ancora di più la loro salvezza.
Leggiamo il salmo 33 di oggi, “ascolta, Signore, il grido del tuo povero”, e crediamo fermamente che Egli è vicino a chi ha il cuore ferito, Egli salva gli spiriti affranti, li libera da tutte le sventure, riscatta la vita dei suoi servi che in Lui si rifugiano.
È ancora la fede che chiediamo a Maria, fede nel soccorso di Dio verso i miti e gli umili di cuore.
Nel terzo mistero doloroso, la coronazione di spine, c’è la derisione e la mortificazione di Gesù: dalla sua condotta impariamo che non dobbiamo mai abbassarci al livello scurrile e scomposto dei nostri  avversari, conservando la dignità e la fierezza che mostrò Gesù, vero Re, di fronte ai suoi aguzzini, e nello stesso tempo dobbiamo accettare le offese gratuite ed ingiuste con fiduciosa speranza che perdonando chi ci fa soffrire ed offrendo a Dio la nostra sofferenza meritiamo, oltre al suo perdono dei nostri peccati, anche il dono della  sua corona di gloria.
Maria, aumenta la nostra fede nella potenza del perdono da ricevere e dare.
Nel quarto mistero doloroso, la salita di Gesù al Calvario carico della croce, è proprio il monte della sofferenza suprema che dobbiamo considerare: il Calvario non fermò Gesù dal compiere la volontà di salvezza del Padre per noi peccatori, nessun calvario deve fermare la nostra volontà di vincere il malanimo ed il risentimento per il prossimo che in buona o cattiva fede ci ha fatto del male, e perdonare.
Chi riesce a perdonare avendo meritato il perdono del Padre con l’umiltà e la contrizione per le proprie colpe non teme la rovina sotto il peso dell’irriconoscenza e dell’ignoranza altrui, la croce più pesante da portare, perché sa che la croce accettata generosamente a favore degli altri diventa poi fonte di consolazione e letizia.
Maria, aumenta la nostra fede nella potenza della croce.
Nel quinto mistero doloroso, la crocifissione e morte di Gesù, è da comprendere bene il significato cristiano della morte: morire non è soltanto concludere i giorni terreni, è anche morire a se stessi, ai propri  superficiali giudizi, che quasi sempre sono pregiudizi, alle proprie convenienze ed ai propri tornaconti egoistici, e questo non è facile, anzi è il più duro esercizio di carità fraterna che si possa fare, dal momento che l’uomo è portato ad essere pago del proprio successo mondano.
Ma Gesù ci insegna che rinunciare alla logica ed alla mentalità del mondo conduce al premio della sapienza del cuore, che illumina il nostro cammino dietro di Lui , lo rende  meno tortuoso e stentato e ci fa capire la via più diretta per il bene che Dio ha a disposizione per noi, perché la nostra vita sia ricca di frutti di carità e di verità.
Maria, dacci la fede per credere che è così, e così sia!        

venerdì 25 novembre 2016

Incontro diocesano mensile dell’Apostolato della P...

Il giorno 25-11-2016, alle ore 17,30 presso la rettoria di san Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro diocesano mensile dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino sotto la guida della responsabile diocesana Filomena Saracino Savino, che ha svolto la seguente meditazione e contemplazione:La preghiera del Santo Rosario e l’Avvento. “Carissimi fratelli e sorelle, siamo ormai alla vigilia dell’Avvento, e già ci mettiamo in attesa della solita festa di Natale con la solita lista di cose da fare, albero, presepe, regali, pranzi, riunioni di famiglia, telefonate, inviti, visite a parenti ed amici, tutte cose più stancanti che gratificanti, più convenzionali che spontanee. La consuetudine vuole così, e così più o meno convintamente facciamo, per non sentirci fuori dalla norma: non tralasciamo niente, andiamo anche alle funzioni in chiesa tra un affanno e l’altro, una spesa ed un saluto augurale, per essere a posto con la coscienza. Crediamo di vivere l’Avvento al Natale facendo tutto ciò che richiede la circostanza, gesti di cordialità e gentilezza, atti di bontà e di generosità, certi che ci siamo comportati secondo il Vangelo che invita alla concordia ed alla fratellanza, ma appena l’atmosfera natalizia svanisce e si ritorna alla vita consueta, ritornano anche l’egoismo e la diffidenza, il sospetto e la rivalità, se il cambiamento di cuore era dovuto solo all’osservanza esteriore delle pratiche religiose e sociali che precedono il Natale, e non era fondato sulla roccia della persona di Cristo. La vera conversione alla quale ci richiama l’Avvento nasce dall’ascolto e dall’accoglienza in profondità della sua Parola, che nutre il nostro cuore e lo trasforma in cuore capace di amare, perdonare, servire i fratelli, con gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. E perché questo miracolo avvenga ci vuole la fede in Colui che parla ed ammaestra, fede assoluta, che regge a tutte le prove. E la preghiera è la linfa che fortifica la fede, la preghiera fervorosa, costante, perseverante, umile. Il tempo di Avvento è il tempo propizio per sgomberare il cuore e la mente dalle cose superflue, per fare il deserto dentro di noi, altro che prelibatezze e luccichio delle vetrine del mondo, ed accogliere con onore e rispetto il Verbo incarnato che riempie, Lui sì davvero, di luce e di gioia tutto il nostro essere. Preghiamo allora stasera con un Rosario pieno di speranza di una vita nuova che scaccia angosce e tormenti, malumori e risentimenti, contempliamo i misteri gaudiosi dell’attesa e della consolazione che premia la fede in Chi deve venire a noi e per noi, chiediamola, quella fede che non vacilla mai, e che è la chiave per aprire il cuore del Signore ed ottenere grazie su grazie. Il primo mistero gaudioso ci offre Maria come modello di fede così grande, così forte, così ferma, da portare all’abbandono alla volontà di Dio anche quando ciò che Egli promette sembra umanamente impossibile. E noi, crediamo alle parole che non un angelo, ma il Signore stesso ci dice giorno per giorno per mezzo del Vangelo, o le riteniamo favole consolatorie, da prendere colle molle? Ad esempio, nel canto al Vangelo di oggi sta scritto: “Io sono Colui che è, che era e che viene; al mio servo che avrò trovato fedele darò la fulgida stella del mattino.” : è forse questa promessa una bella favoletta? Maria ebbe fede ed a lei, serva fedele, fu dato di concepire e partorire il Messia, a noi è concessa la stessa meraviglia, la fulgida stella del mattino, ossia la luce, la salvezza, la liberazione dalle oscure paure che ci avviliscono, il coraggio e la forza che ci fanno superare ogni ostacolo. Se crediamo che questo può succedere a noi, benché misere ed indegne creature, per grazia e carità di Dio, se ci crediamo con la stessa fede di Maria, fede pura ed indomabile, il miracolo accade, e lo Spirito Santo ci fa creature nuove, che niente può abbattere e sconfortare, neppure le vicende più dolorose e amare. Il secondo mistero gaudioso ci fa contemplare Maria, la donna della fede che compie miracoli, in cammino per andare ad assistere la cugina Elisabetta: ecco le opere della fede, disponibilità per chi ha bisogno, sollecitudine, conforto, aiuto gratuito, donazione di sé fino al sacrificio delle proprie comodità e convenienze. Dobbiamo agire così anche noi, fratelli, sapendo di attirare non solo e non tanto la benedizione degli uomini, che può anche mancare, ma soprattutto la benedizione divina, che per Maria si manifestò nel sussulto del bambino che Elisabetta portava nel seno. Dio tutto conosce e tutto riconosce e premia, a maggior ragione se le nostre opere sono la testimonianza della nostra fede in cammino verso gli altri per incontrare negli altri Lui, il Signore! Il terzo mistero gaudioso ci fa contemplare il bambino Gesù, frutto vivo della fede di Maria. Anche noi possiamo conseguire tale frutto d’amore, come abbiamo detto con la fede e le opere della fede, e mostrarlo a tutti attraverso il nostro volto sorridente, sereno, gioioso, attento, sincero e limpido come quello di un bambino fra le braccia dei genitori. Se siamo cupi, scontrosi, sfuggenti, ostili, deridenti, non siamo figli della luce, molte sono ancora le tenebre che ci portiamo dentro, orgoglio, malizia, rabbia, cupidigia, vanagloria, e tutte quelle passioni che nascono dalla carne e sono contrarie allo Spirito. Purifichiamoci al fuoco di una fede veramente ardente! Nel quarto mistero gaudioso il vecchio Simeone è l’esempio della perseveranza nella fede fino all’ultimo giorno della vita terrena: fermarsi alla soglia del traguardo è da sciocchi, si vanifica e si annulla tutto quanto fatto in precedenza! Perseveriamo nella nostra fede come il vecchio Simeone, e saremo scritti nel libro della vita infinita, come dice la prima lettura di oggi. Nel quinto mistero gaudioso ammiriamo la sapienza e la scienza di Gesù tra i dottori nel tempio: anche a noi sono concessi tali grandi doni di intelligenza, conoscenza, discernimento, saggezza , in una parola la sapienza del cuore, nella misura della nostra fede nel Padre celeste che sa quello che fa, vede e provvede ad ogni nostra necessità. Con gli occhi della fede possiamo cogliere il senso di quello che succede e ci succede,capire il disegno di salvezza di Dio mediante la passione, morte e resurrezione di Cristo e di noi cristiani in comunione profonda con Lui, e dire a gran voce, come Maria: sì, così sia!

Incontro diocesano mensile novembre

Il giorno 25-11-2016, alle ore 17,30 presso la rettoria di san Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro diocesano mensile dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino sotto la guida della responsabile diocesana  Filomena Saracino Savino, che ha svolto la seguente meditazione e contemplazione:La preghiera del Santo Rosario e l’Avvento.
“Carissimi fratelli e sorelle,
siamo ormai alla vigilia dell’Avvento, e già ci mettiamo in attesa della solita festa di Natale con la solita lista di cose da fare, albero, presepe, regali, pranzi, riunioni di famiglia, telefonate, inviti, visite a parenti ed amici, tutte cose più stancanti che gratificanti, più convenzionali che spontanee.
La consuetudine vuole così, e così più o meno convintamente facciamo, per non sentirci fuori dalla norma:
non tralasciamo niente, andiamo anche alle funzioni in chiesa tra un affanno e l’altro, una spesa ed un saluto augurale, per essere a posto con la coscienza.
Crediamo di vivere l’Avvento al Natale facendo tutto ciò che richiede la circostanza, gesti di cordialità e gentilezza, atti di bontà e di generosità, certi che ci siamo comportati secondo il Vangelo che invita alla concordia ed alla fratellanza, ma appena l’atmosfera natalizia svanisce e si ritorna alla vita consueta, ritornano anche l’egoismo  e la diffidenza, il sospetto e la rivalità, se il cambiamento di cuore era dovuto solo all’osservanza esteriore delle pratiche religiose e sociali che precedono il Natale, e non era fondato sulla roccia della persona di Cristo.
La vera conversione alla quale ci richiama l’Avvento nasce dall’ascolto e dall’accoglienza in profondità della sua Parola, che nutre il nostro cuore e lo trasforma in cuore  capace di amare, perdonare, servire i fratelli, con gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
E perché questo miracolo avvenga ci vuole la fede in Colui che parla ed ammaestra, fede assoluta, che regge a tutte le prove.
E la preghiera è la linfa che fortifica la fede, la preghiera fervorosa, costante, perseverante, umile.
Il tempo di Avvento è il tempo propizio per sgomberare il cuore e la mente dalle cose superflue, per fare il deserto dentro di noi, altro che prelibatezze e luccichio delle vetrine del mondo, ed accogliere con onore e rispetto il Verbo incarnato che riempie, Lui sì davvero, di luce e di gioia tutto il nostro essere.
Preghiamo allora stasera con un Rosario pieno di speranza di una vita nuova che scaccia angosce e tormenti, malumori e risentimenti, contempliamo i misteri gaudiosi dell’attesa e della consolazione che premia la fede in Chi deve venire a noi e per noi, chiediamola, quella fede che non vacilla mai, e che è la chiave per aprire il cuore del Signore ed ottenere grazie su grazie.
Il primo mistero gaudioso ci offre Maria come modello di fede così grande, così forte, così ferma, da portare  all’abbandono alla volontà di Dio anche quando ciò che Egli promette sembra umanamente impossibile.
E noi, crediamo alle parole che non un angelo, ma il Signore stesso ci dice giorno per giorno per mezzo del Vangelo, o le riteniamo favole consolatorie, da prendere colle molle?
Ad esempio, nel canto al Vangelo di oggi sta scritto: “Io sono Colui che è, che era e che viene; al mio servo che avrò trovato fedele darò la fulgida stella del mattino.” : è forse questa  promessa una bella favoletta?
Maria ebbe fede ed a lei, serva fedele, fu dato di concepire e partorire il Messia, a noi è concessa la stessa meraviglia, la fulgida stella del mattino, ossia la luce, la salvezza, la liberazione dalle oscure paure che ci avviliscono, il coraggio e la forza che ci fanno superare ogni ostacolo.
Se crediamo che questo può succedere a noi, benché misere ed indegne creature, per grazia e carità di Dio, se ci crediamo con la stessa fede di Maria, fede pura ed indomabile, il miracolo accade, e lo Spirito Santo ci fa creature nuove, che niente può abbattere e sconfortare, neppure le vicende più dolorose e amare.
Il secondo mistero gaudioso ci fa contemplare Maria, la donna della fede che compie miracoli, in cammino  per andare ad assistere la cugina Elisabetta: ecco le opere della fede, disponibilità per chi ha bisogno, sollecitudine, conforto, aiuto gratuito, donazione di sé fino al sacrificio delle proprie comodità e convenienze.
Dobbiamo agire così anche noi, fratelli, sapendo di attirare non solo e non tanto la benedizione degli uomini, che può anche mancare, ma soprattutto la benedizione  divina, che per Maria si manifestò nel sussulto del bambino che Elisabetta portava nel seno.
Dio tutto conosce e tutto riconosce e premia, a maggior ragione se le nostre opere sono la testimonianza della nostra fede in cammino verso gli altri per incontrare negli altri Lui, il Signore!
Il terzo mistero gaudioso  ci fa contemplare il bambino Gesù, frutto vivo della fede di Maria.
Anche noi possiamo conseguire tale frutto d’amore, come abbiamo detto con la fede e le opere della fede, e mostrarlo a tutti attraverso il nostro volto sorridente, sereno, gioioso, attento,  sincero e limpido come quello di un bambino fra le braccia dei genitori.
Se siamo cupi, scontrosi, sfuggenti, ostili, deridenti, non siamo figli della luce, molte sono ancora le tenebre che ci portiamo dentro, orgoglio, malizia, rabbia, cupidigia, vanagloria, e tutte quelle passioni che nascono dalla carne e sono contrarie allo Spirito.
Purifichiamoci al fuoco di una fede veramente ardente!
Nel quarto mistero gaudioso il vecchio Simeone è l’esempio della perseveranza nella fede fino all’ultimo giorno della vita terrena: fermarsi alla soglia del traguardo è da sciocchi, si vanifica e si annulla tutto quanto fatto in precedenza!
Perseveriamo nella nostra fede come il vecchio Simeone, e saremo scritti nel libro della vita infinita, come dice la prima lettura di oggi.
Nel quinto mistero gaudioso ammiriamo la sapienza e la scienza di Gesù tra i dottori nel tempio: anche a noi sono concessi tali grandi doni di intelligenza, conoscenza, discernimento, saggezza , in una parola la sapienza del cuore, nella misura della nostra fede nel Padre celeste che sa quello che fa, vede e provvede ad ogni nostra necessità.

Con gli occhi della fede possiamo cogliere il senso di quello che succede e ci succede,capire il disegno di salvezza di Dio mediante la passione, morte e resurrezione di Cristo e di noi cristiani in comunione profonda con Lui, e dire a gran voce, come Maria: sì, così sia!

sabato 5 novembre 2016

Apostolato della Preghiera : Incontro diocesano mensile

Incontro diocesano mensile dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino
Il giorno 28 – 10- 2016 alle ore 17,30 presso la rettoria di San Giuseppe in via Manzoni, Foggia, si è tenuto l’incontro diocesano mensile che ha aperto l’anno sociale dell’Apostolato della Preghiera di Foggia-Bovino.
Ha guidato la preghiera comunitaria la presidente diocesana Filomena Saracino Savino, che invitato i presenti  a contemplare i misteri dolorosi del santo Rosario con animo aperto ai suggerimenti dello Spirito, che vuole ammaestrare, correggere, spronare alla conversione ed al progresso nella fede, nella speranza, nell’amore.
Prima di iniziare a pregare si è implorata la misericordia di Dio Padre mediante l’intercessione di Maria madre di misericordia presso il Figlio suo Gesù con le parole di questa poesia di Ungaretti: “Cristo, pensoso palpito, astro incarnato nell’umane tenebre, fratello che t’immoli perennemente per riedificare umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,  maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri per liberare dalla morte i morti e sorreggere noi infelici vivi,
d’un pianto solo mio non piango più, ecco, ti chiamo, Santo, Santo, Santo, Santo che soffri.”.
Il santo Rosario inizia con la contemplazione e meditazione dell’agonia di Gesù nell’orto, della sua angoscia, tristezza, disperazione umane, che per l’abbandono totale alla volontà del Padre che sa quello che fa si trasformano in  compassione e comprensione per noi peccatori, per i quali offre la vita e merita il perdono e la salvezza : impariamo da Lui, nostro maestro, fratello, Dio!
La flagellazione di Gesù alla colonna ci ricorda i flagelli, nella carne e nell’anima, che ogni giorno ci colpiscono, tanto più dolorosi quando provengono dalle persone a noi più care e più vicine:
Gesù tutto sopportò, tutto perdonò, tutto offrì, impariamo da Lui, nostro maestro, fratello e Dio!
Quante spine sul capo di Gesù, le nostre ingiurie, le nostre irriconoscenze, le nostre infedeltà!
Eppure Egli non maledisse, non rinnegò  chi lo feriva, ma accettò gli insulti con animo mite e paziente e misericordioso: impariamo da Lui, nostro maestro, fratello e Dio!
La croce sono le prove più pesanti, i lutti, le malattie, le disgrazie, che ci lasciano smarriti ed avviliti: perché proprio a me, che ho fatto di male?  E chiediamo che la croce ci sia tolta, non ce la facciamo più!
Gesù non  se ne lamentò mai, la abbracciò per amore nostro, e il Padre lo benedisse e in Lui benedisse ogni creatura  provata ed oppressa che non si ribella alla croce che deve portare.
Impariamo da Gesù, nostro maestro, fratello e Dio!
La morte è liberazione, resurrezione, rinascita a vita nuova: non ci spaventi, non ci turbi, non ci danni!

Siamo più forti della morte, grazie a Gesù: impariamo da Lui, nostro maestro  e fratello e Dio!

sabato 9 luglio 2016

Apostolato della Preghiera : Il nuovo umanesimo dell’Apostolato della Preghiera...

Il nuovo umanesimo dell’Apostolato della Preghiera
La Carità divina è predisposta a sempre nuovi  disegni di santificazione dell’uomo  alla ricerca della Verità  incarnata da Cristo, e non lascia irrisolti i problemi interiori che il progresso sociale determina  e scatena nei fedeli  sostenitori del  precetto evangelico della giustizia colma di misericordia, in contrasto con il desiderio di  autosoddisfazione dei propri interessi che il mondo  coltiva concretamente  nel  mito del capitalismo.
Il dono della sapienza è concesso a chi non si arrende alla logica imperante, riconducibile al dominio della carne sullo spirito, ma richiede un continuo ascolto della avvertenze provvidenziali dei fatti che accadono,   un costante  interrogarsi  sul mistero di Cristo in rapporto alla propria vita, una  seria riflessione sui valori attuali in rapporto ai precetti  eterni  contemplati nell’umanesimo  esemplare di Gesù, modello e maestro di ogni uomo che voglia discernere e fare la volontà del Padre, che tutti chiama ad essere suoi figli ed eredi.
L’Apostolato della Preghiera ha raffigurato e raffigura il volto dell’uomo contemporaneo, che non si  rispecchia nell’essere abnormemente razionale professato dall’illuminismo, e neppure nel tenebroso sognatore invocato dal romanticismo, ma trova la sua vera dimensione nella persona  di Giovanni, l’apostolo prediletto del Signore, che riceve  la Sua intima confidenza  per imparare ad interpretare il presente alla luce della storia della salvezza.
Non conta la prosperità economica, che assoggetta l’individuo alla legge spietata della produttività, costringendolo ad eccessi di volontà antagonista, a danno della propria coscienza;  non soddisfa  abbastanza il piacere della conquista di tanti diritti sociali, mancando il gusto della vittoria sulle proprie miserie, acuite dall’andazzo quotidiano  nel  segno  del compromesso per il successo,  la sola consolazione non aleatoria risiede nella contemplazione della  terra promessa, dove arriva chi non pretende i beni materiali,  ma chiede il bene incorruttibile ed essenziale  del cuore umile e mite come il Cuore divino.
La spiritualità dell’Apostolato della Preghiera,  ribadita anche dalla recente ricreazione,  è basata sui sentimenti di Gesù comunicati ai suoi apostoli con le  parole e la vita, e rivela i tratti dell’uomo di preghiera, che per fede in Colui che supplica si spoglia di ogni convenienza  mondana e si abbandona al salutare rimedio di Dio contro la rovina della  passione terrena:  chi si offre in favore  dell’incosciente, dell’irriconoscente, del tiepido e del pavido, si annulla nell’orgoglio personale  di essere degno di ascolto e di benevolenza a motivo della comunione d’intento con il Salvatore e Redentore, e  accetta con umiltà e mitezza  la Provvidenza paterna per i derelitti, ai quali si sente avvinto misticamente e per i quali arde di compassione e pietà.
Il dono di sé per il fratello sordo e cieco nei confronti della Verità e della Carità divine è espressione di corresponsabilità, solidarietà, intermediazione: sono i pilastri dell’umanesimo cristiano  modellato sull’esempio vivo di Cristo Eucarestia, e sono le basi della sua Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, romana.
Con queste basi abbiamo costruito il nostro edificio spirituale in mezzo a palestre e discoteche, o più modestamente cortili ed osterie, ed abbiamo insegnato ai distratti con abnegazione la via della giustificazione.
Ma oggi la nostra vicinanza individuale ed ecclesiale, sensibile ed intellegibile dal  nostro comportamento ed il nostro argomentare sui costumi dei giovani e dei diversi  di ogni genere  con consoni accenti, non è sufficiente a smuovere  le diffidenze e le  resistenze di quanti si sentono  distinti dai nostri  progetti umanitari, ed è dovere  coniugare l’amicizia con la sincera testimonianza d’affetto,  il rispetto con l’impegno serio, l’accoglienza con il sostegno sostanziale.
Per vocazione l’Apostolato della Preghiera è missionario, ma oggi la missione è il presupposto imprescindibile dei nostri atti di carità: quando il prossimo è familiare, si può  assicurare  la sorte dei  confratelli in affanno esistenziale relazionandoli a Cristo nella preghiera e nel sacrificio eucaristico, offerti per loro in riscatto dei loro oltraggi, e si può trasmettere immediatamente l’esempio  di cui hanno bisogno per redimersi  e mettersi  in cammino con noi, ma quando è il forestiero, il lontano che urge del nostro altruismo, il processo è inverso, in quanto siamo noi che dobbiamo abbandonare il nostro  cammino  abituale e portarci nella sorte dell’altro  ancorato alla propria  identità, con accortezza e delicatezza.
L’uomo incontro al quale dobbiamo andare  non è migliore o peggiore di noi, è il risultato di altre esperienze di vita, di altre ansie e paure, forse è miscredente, forse è pagano o impropriamente rispettoso di Dio, forse è minaccioso o rabbioso, intollerante o rude, molesto o villano, non lo sappiamo, se non lo contattiamo senza pregiudizi, e lo predisponiamo alla confidenza.
Già l’Apostolato della Preghiera si è adoperato per i miseri, poveri materialmente e spiritualmente, ne ha fatto il centro dei propri pensieri generosi, proponendo un umanesimo solidale che non ha paragone nel panorama mondiale:  l’apostolo cristiano si è proposto come l’uomo per l’altro uomo, forte del sentire e dell’agire di Cristo, ed ha prodotto la barriera umana contro il male moderno, il pragmatismo arido e squallido.
La società però in questi ultimi anni è cambiata ancora, si è infiltrata la regola dell’ottimizzazione del capitale sociale, qualcosa a metà tra capitalismo e socialismo, e l’attuale globalizzazione del  desiderio di cambiamento di prospettiva di vita è responsabile della corsa alla giustizia reale tra i popoli di ogni latitudine e longitudine del pianeta.
Il neogiustizialismo contemporaneo  ha attivato nella Chiesa maestra di vera solidarietà un’ulteriore promozione della carità soggettiva ed oggettiva, alla luce delle parole di Gesù: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.”. (Matteo 9, 12-13)
Il versetto 12 rimanda alla risposta che il Messia diede a Giovanni Battista riguardo ai malati che gli tendevano le mani per essere risanati: “I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me.”(Matteo 11, 5-6) : la misericordia è applicata ai randagi fuori del tempio, alle  creature che vagano nelle tenebre, ai miseri amari e reietti, ai morti alla speranza di un rimedio al peccato.
È umanesimo che scandalizza i benpensanti, di allora e di oggi, e portato alle supreme conseguenze è umanesimo globale, che nel mondo senza più frontiere precostituite trasfigura la malattia dell’umanità deturpata dalla morsa del fatalismo in opportunità di un nuovo  concetto del malato riconosciuto prediletto da Dio.
Il nuovo umanesimo dell’amorosa preferenza degl’ ultimi eredita il nobile sacrificio per amore del povero,tanto più se ammalato d’ignoranza o rassegnazione al male, sacrificio a noi apostoli del Cuore di Gesù particolarmente congeniale,e ne perfeziona e potenzia la portata: è richiesto in sostanza il resto,di  gran valore, un atto di misericordia che libera il beneficato dalla paura di essere abbandonato a se stesso.
Non solo amicizia, dunque, assicura il cristiano al prossimo che incontra per le vie del mondo, ma la bella novella dei sentimenti che prova per lui, comprensione, disponibilità, benevolenza.
Il mondo ha bisogno d’amore,  altrimenti muore.
Nei cinque verbi del Convegno di Firenze sul nuovo umanesimo in Gesù Cristo sono presenti i cardini della nuova evangelizzazione: uscire, annunciare, abitare,  educare, trasfigurare, fanno la Chiesa come sempre autorevole, provvida, caritatevole, ma le danno qualcosa in più rispetto alla equilibrata commistione di carisma profetico- apostolico (Paolo) e crisma pastorale-magisteriale (Pietro) che ella possiede  sin dagli inizi,  il servizio appassionato al pellegrino senza prospettiva futura, da rassicurare e portare alla meta del giusto benessere dell’anima e del corpo.
Non è  solo preoccupandoci, ma occupandoci  realmente dei poveri in senso lato, che collaboriamo con Cristo alla salvezza dell’umanità:  uscire per annunciare ed educare significa non accontentarsi di salvarsi ma volere salvare, non limitarsi a contemplare ma provvedere ai bisogni altrui, non donare e basta ma donarsi, testimoniando con la vita il Vangelo  che si custodisce nel cuore.
L’apostolo non è l’uomo di scienza, che la materia  deve studiarla a perfezione  e  sperimentarla  in tutti gli effetti  possibili ed immaginabili  per evitare di andare allo sbaraglio, è l’uomo che si muove e va dove una mano tesa lo attende: certo deve contemplare bene il da fare, deve sapere quello che conviene al fratello, ed è per questo che la preghiera precede il soccorso, ne è la molla ed il successo.
Senza la preghiera il volere è dovere,  nel senso che il carico di responsabilità  che uno si prende sulle spalle con ammirevole buona volontà  finisce per sfinirlo ed esaurirlo, per mancanza di risultati immediati, di gratitudine e riconoscenza, di gusto e piacere, e va avanti a fatica, scontento e depresso: è la preghiera che fa rifiorire e solidifica la fede, la speranza e l’amore, e li rende strumento  docile alla volontà di Dio, che mai  fa avvilire chi, anche se non la capisce fino in fondo, la osserva come Maria, con filiale e totale abbandono.
La preghiera è la casa che non crolla mai, il rifugio sicuro in cui ritrovarsi e ritemprarsi, ed il verbo abitare indica proprio questo  tornare a casa  e riprendere animo, per  potersi spendere poi per il prossimo con rinnovato  vigore ed entusiasmo, come trasfigurati.
E trasfigurato può e deve apparire il vecchio e glorioso Apostolato della Preghiera nella misura in cui si modella sul volto pietoso e misericordioso di Gesù Servo di Dio e degli uomini, in completa concordia con il Papa e le sue sante intenzioni:  il primo impegno sia di andare in missione  per le vie del mondo,( mai da soli, almeno due a due, come raccomanda il Maestro ai discepoli),  ossia prestare ascolto alle urgenze intestine di chi si incontra, vincendo con la discrezione e la gentilezza le immancabili resistenze a fidarsi e confidarsi.
Anche l’annuncio evangelico deve essere corretto e composto, pieno di slancio ma  rispettoso del credo altrui,un  esempio di tolleranza che convince ed educa più di tanti paroloni, e il sorriso non manchi mai, è il raggio di sole che scioglie la diffidenza ed il sospetto: la famiglia sia la situazione privilegiata per comprovare  la ricchezza dei frutti che derivano dai nostri valori fondanti, preghiera che diventa vita, verità unita alla carità, giustizia avvinta alla misericordia.
Come Apostolato della Preghiera , uniti a Gesù mite ed umile di cuore soffriamo ed offriamo tutto ciò che siamo ed abbiamo, le nostre miserie e le nostre virtù, dono queste dello Spirito Santo  che il Signore risorto ci ha posto nel cuore, trasformandolo e rendendolo capace di cose meravigliose, persino  perdonare e amare il nemico; come Rete mondiale di Preghiera del Papa,  senza limiti di spazio  professiamo il nostro credo, lo mettiamo a disposizione di ogni figlio di Dio che non sa di esserlo già, o di poterlo diventare, lo risolviamo in compassione tenerissima e grandissima per l’umanità nelle doglie del parto di un nuovo umanesimo, audace ma non temerario, terreno ma rivolto al cielo, mistico ma ordinario, proprio per tutti.

È l’era della conoscenza che si fa riconoscenza  per l’uomo che non si crede Dio, e per questo crede in Dio

Filomena Savino.

martedì 21 giugno 2016

Apostolato della Preghiera : Leczio di suor Anna Maria Mulazzani

Apostolato della Preghiera : Leczio di suor Anna Maria Mulazzani:
La lectio di suor Anna Maria Mulazzani
convegno regionale

LECTIO DIVINA    LC. 15, 11-32  (cfr. Ger. 31, 16-22)

IL FIGLIO PRODIGO
“18 Ho ripetutamente udito Efraim lamentarsi: "Tu mi hai castigato e io sono stato castigato come un torello non domato; fammi ritornare e io ritornerò, perché tu sei l'Eterno, il mio DIO. 19 Dopo essermi sviato, mi sono pentito; dopo aver riconosciuto il mio stato, mi sono battuto l'anca. Mi sono vergognato e ho provato confusione perché porto l'obbrobrio della mia giovinezza". 20 È dunque Efraim un figlio caro per me, un figlio delle mie delizie? Infatti, anche dopo aver parlato contro di lui, lo ricordo ancora vivamente. Perciò le mie viscere si commuovono per lui, e avrò certamente compassione di lui», dice l'Eterno. 21 «Rizza per te dei ceppi, fatti dei pali indicatori, fa' molta attenzione alla strada, alla via che hai seguito. Ritorna, o vergine d'Israele, ritorna a queste tue città. 22 Fino a quando andrai vagando, o figlia ribelle?”.(GER. 31, 18-22)

Quello secondo Luca è comunemente definito ‘Vangelo della misericordia’. Le parabole di Gesù, specie in Luca, sono una miniera di misericordia. In esse Gesù tenta di indurre ad una nuova ‘intelligenza del Regno’.
Con il Capitolo 15 ci si trova al centro di esso.
Per rivelarci il cuore del Padre Gesù ricorre qui al racconto di una possibile vicenda familiare.
Siamo invitati dal nostro brano evangelico a condividere la gioia del Padre e a rispondere all’invito alla festa. Ma per capire e partecipare alla festa organizzata da Dio, è necessario convertirsi al suo amore, vibrare in sintonia col suo cuore, guardare con i suoi occhi, e soprattutto lasciarsi attraversare e vivificare dal suo amore.
Detto questo come preambolo, analizziamo più da vicino la nostra parabola. Essa è in stretto rapporto con le due che la precedono. Di fatto si tratta di un’unica parabola (v.3) con tre paragoni. Ce ne rendiamo conto dalle conclusioni che costellano il Cap.15 di Luca come un ritornello:
“Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta” (v.6).
“Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia dracma che era perduta” (v. 9).
“Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 24 e32).
Lo schema dei tre racconti è lo stesso: perdita – ricerca- attesa – ritrovamento – festa.
Ad una più grande lontananza corrisponde un più grande amore: per la dramma e per la pecora ritrovata si fa festa, per il figlio ritrovato si uccide il vitello grasso, gli si dona l’anello e l’abito regale.
Facciamo ora un passo indietro e soffermiamoci –con l’aiuto di Don Mazzolari- sull’atteggiamento del figlio minore: non è che il padre non gli basti – quando decide di andarsene-. E’ il suo modo di essere di fronte al padre che non gli lascia entrare l’effluvio della paternità, lasciandolo insoddisfatto e sconsolato.
Ma egli comincia a convertirsi proprio quando comincia a staccarsi dalla casa.
L’allontanamento può essere l’inizio di  una lenta e pericolosa, ma provvidenziale elaborazione di un nuovo rapporto col Padre: il vero rapporto religioso.
Allontanamento e ritorno sono due termini che nei nostri rapporti con Dio non si oppongono, perché né la nostra miseria allontana il Signore, né essa ci impedisce di giungere a Lui.
Il Padre è al tempo stesso il pastore che esce per abbracciare, e la donna che resta dentro casa per ritrovare; ma il terzo racconto (il nostro) resta aperto, perché, a differenza dei primi due, non sappiamo se il fratello maggiore resterà dentro casa. Il destinatario del racconto è proprio lui (o noi) se rifiutiamo di far nostro lo stile di Dio, o siamo gelosi della sua misericordia. 

Questa ‘storia di un ritorno’ si può dividere in due parti, che hanno come vertice il versetto 18:
MI  ALZERO’ (risorgerò)  E  TORNERO’ DA MIO PADRE, e gli dirò…
La prima scena (vv.11-24) è dominata dal Padre che spia la strada, che spera contro ogni speranza.
Quel Padre che non poteva costringere il figlio a rimanere a casa, a cui non poteva imporre il suo amore, che ha dovuto lasciarlo andare in libertà, pur sapendo il dolore che ciò avrebbe causato sia al figlio che a se stesso.
Nell’insoddisfazione, nel suo estraniarsi dalla casa, il Prodigo pone il primo atto di uno sforzo veramente religioso che, attraverso varie e dolorosissime vicende, ve lo ricondurrà come figlio devoto e innamorato. Sovente il gesto di rivolta non è che il preludio di una dichiarazione d’amore.

Qui il figlio non è ancora giunto al punto di riconoscere il padre: è ancora lui a dare le soluzioni e a proporle al Padre. Non è ancora un uomo che vede la sua profonda realtà nell’amore.
Troviamo invece la pienezza del riconoscimento del Padre in Gesù al Getsemani, quando chiede se è possibile fare diversamente, ma non impone la propria volontà, riconoscendo nel suo amore di Figlio, la volontà del Padre.
E’ precisamente questo amore filiale che manca ancora al figlio minore della parabola.
Sarà l’abbraccio del Padre al momento del loro incontro a sconvolgere i suoi progetti e il suo modo di pensare.

v.14: “Quando ebbe speso tutto…egli cominciò a trovarsi nel bisogno”; non c’è miglior commento che quello si S. Agostino nelle confessioni: “Io mi facevo sempre più sciagurato, e tu, Signore, ti facevi sempre più a me vicino”.
v. 15 : “Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione”. Questa volta l’andare ha un passo diverso di quando uscì da casa. Allora – commenta Don Mazzolari – più che un cercatore era un conquistatore. Adesso lotta per la vita, per il pane.
v. 16 : Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, ma nessuno gli dava nulla”. Ma – continua Don Mazzolari – Dio non ci lascia soddisfatti della soddisfazione bestiale; non ci consente di spegnere il dono divino che è in noi. L’uomo deve rassegnarsi ad essere uomo. Dio misericordioso ha posto un limite all’allontanamento da Lui. Il prodigo può contendere le carrube ai porci, ma non può accontentarsi, come i porci, di esse.
v. 17: “Allora ritornò in sè”: prima di trovare Dio, trova se stesso: “Tu eri in me, ma io ero fuori di me” fa eco S. Agostino.
v. 18: “Mi alzerò…andrò…gli dirò: Padre ho peccato verso il cielo e davanti a di te…”. Più che l’amore è la disperazione che lo fa parlare e muovere. “Mi alzerò”: prende la decisione. “Gli dirò : ho peccato”: non voglio gettare la colpa su altri, mi addosso la mia parte di colpa, che è grande.
“Contro il cielo e davanti a di te”; non ho trasgredito una legge anonima; dietro la Legge c’è il Tuo cuore,  c’è la tua paternità, o Signore!

IL PRODIGO E’ IN GINOCCHIO

v. 20 : “Si alzò e tornò da suo Padre”. Si parla normalmente di ‘festa del ritorno’. Il prodigo è uno che va, e, per il padre, un figlio morto e risuscitato, un perduto ritrovato. Ha riconosciuto il proprio torto e nasce di nuovo. Il Padre lo accoglie senza domandargli nulla. Dio ci ama come siamo per farci diventare come ci vuole.
Ed ecco, al versetto 24, vediamo che la morte diventa vita, cioè: nella fatica sofferta di ‘convertirsi per ritornare’ non si vaga senza meta. Un Padre veglia per accoglierci a quel pranzo in cui Egli stesso ci servirà (Lc. 12, 37).
Spesso si ha paura di sottolineare troppo la bontà e la misericordia di Dio. Ma il Vangelo ci insegna che l’uomo cambia la sua vita, la sua mentalità non perché viene sgridato e punito, ma perché si scopre AMATO NONOSTANTE SIA UN PECCATORE. E’ un momento di intenso amore quando la persona vede ad un tratto tutto il suo peccato, percepisce se stessa come peccatrice, ma all’interno dell’entusiasmante abbraccio di Qualcuno che la ama.
La misericordia di Dio è una pazienza attiva e lungimirante. Che non si stanca di aspettare che uno ritorni.
Così ogni uomo, ognuno di noi, potrà dire : “Mi alzo e torno da mio padre, a casa”. Potrà dirlo quando si convincerà della bellezza che si respira nella casa del Padre a causa della libertà che il suo amore emana. Sì, è più importante capire che Dio ci ama, che capire che noi dobbiamo amare Dio.
L’amore di Dio ci fa nuovi, ci restituisce di vivere in una perenne novità di vita (Col. 3,10). Una persona toccata in modo così vivo e immediato dall’amore riesce ad abbandonare la mentalità dell’ ‘uomo vecchio’.
   Ed ora facciamo un salto qualitativo e vediamo come  GESU’ SI E’ FATTO FIGLIO PRODIGO per amore nostro:
Ha lasciato la casa del Padre celeste, è venuto in un paese straniero, ha dato tutto quello che aveva ed è tornato, attraverso la croce, alla casa del Padre.
Egli, l’innocente, si è fatto peccato per noi e Lui, che ha narrato la parabola a quelli che lo criticavano perché si accompagnava ai peccatori, ha vissuto per primo il lungo e doloroso viaggio che descrive.
Dunque, con gli occhi della fede, il ‘ritorno’ del prodigo diventa il ritorno del Figlio al Padre, dopo aver attirato a Sé tutti gli uomini.

Rileggiamo la descrizione che i vv. 20-24 fanno del comportamento del Padre all’arrivo del figlio. Non siamo alla presenza di un bravo figlio che torna a casa e si getta al collo del padre; al contrario è il padre che investe il figlio della sua paternità. Il figlio non riesce a pronunciare il discorso preparato, ma la sua mentalità cambia radicalmente nel momento in cui il Padre ‘gli si getta al collo’. E’ l’amore che cambia una persona, che modifica la sua mente, i suoi sentimenti, la sua volontà. Scoprendosi amato l’uomo vede se stesso in una luce assolutamente nuova.
Commentare al ungo questi versetti rischia solo di attenuarne il vigore.
Sottolineo solo l’incalzare dei verbi:
il Padre vede, si commuove (si turba interiormente), gli corre incontro, gli si getta al collo (letteralmente ‘gli cadde sul collo’), lo bacia, e viene preso da una gran fretta:
“Presto!” dice ai servi: la gioia del Padre è così traboccante che non riesce a trattenersi: ama come solo un padre può amare.
La parabola poteva finire qui, sarebbe finita come gli altri due racconti analoghi della pecora e della dracma smarrite, ma qui l’evangelista apre un altro quadro.
La seconda scena (vv. 25-32) delinea il fratello maggiore, soddisfatto per la sua onestà, che ritiene la conversione una necessità solo per gli altri (cfr. Lc. 18,11-12 –parabola del fariseo e del pubblicano), e le cui lamentele nei confronti del padre ricordano quelle degli operai della vigna di Mt. 20,12.
Dobbiamo riconoscere che i due figli coabitano nella nostra vita.
Ma se riflettiamo sul figlio maggiore ci rendiamo conto di  quanto sia difficile ritornare a casa partendo dalla sua posizione.
Di fronte al tornare in vita del fratello egli prova una reazione di gelosia: in nome della giustizia non può tollerare che quel fratello sia causa di festa. Com’è possibile? Se n’è andato prendendo l’eredità che poi ha dilapidato, mentre lui è rimasto a casa, obbedendo al padre. No, questa festa non gli appartiene.
Tornare a casa da un’avventura sessuale sembra più facile che tornare a casa da un calcolato sdegno che ha messo le sue radici negli angoli più riposti del nostro essere.
Certo, è bene essere obbedienti, ligi al dovere, rispettosi della legge,  ma i nostri risentimenti e lamentele sono spesso misteriosamente legati a questi atteggiamenti lodevoli.
Ed ecco che il padre esce – non lo fa chiamare, esce incontro a lui, come ha fatto col figlio minore, e lo prega con insistenza. Ma il figlio recrimina, vanta la sua giustizia: “Non ho mai trasgredito un tuo comando”.
Solo con Dio il figlio maggiore che è in noi sarà capace di tornare a casa, di lasciare che il Padre guarisca anche lui.
Notiamo più dettagliatamente l’atteggiamento del primogenito:
-parla innanzitutto di sé: “ Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando” (v.29). I termini con cui descrive la fedeltà verso il Padre sono esattamente quelli che definiscono l’ideale religioso degli scribi e dei farisei: “servire” con perseveranza, cercando con estrema cura di non ‘trasgredire’ mai nessun comando.
Il figlio maggiore non si sente trattato con giustizia dal Padre. Ed è a questo suo appunto che il Padre comincia a rispondere (v.31): “ Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”.
Siamo molto lontani da quel capretto non concesso: “Tutto ciò che è mio è tuo!”.
-Il maggiore passa poi a parlare del fratello con un tono che denota il più profondo disprezzo. Non lo chiama “mio fratello”, ma dice: “questo tuo figlio”, proprio come il fariseo della parabola parla di “quel pubblicano”.
E ancora il Padre, nel rispondere (v.32) riprende le ultime parole che concludono la prima parte del racconto, ma con una variante molto significativa: invece di ‘questo mio figlio’ dice: “Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
Il figlio maggiore in realtà non era mai stato nella casa del padre: il suo dimorare accanto al Padre non lo aveva portato a conoscerne il cuore. Il suo comportamento fondamentalmente non è diverso dal fratello che se n’è andato: tutti e due non conoscevano l’amore del padre.
La parabola dei ‘due fratelli che non sapevano di somigliarsi’ perché non si sentivano liberi, si sentivano schiavi nella casa della libertà, si interrompe qui.
La parabola non ci dice né dove né quando, né se il maggiore ha recitato il suo ‘confiteor’. Viene la tentazione di pensare che egli sia ancora sospeso tra la durezza ingenerosa di quel cuore che si sente troppo a posto, che ha troppe ragioni per pensare di dover cambiare atteggiamento.
La sua (la nostra) religione ha cessato di essere una ‘passione’, è diventata una legge, che mortifica e non salva.
Il maggiore è uno schiavo nella casa della libertà.
E’ uno di quelli che vedono giusto, che portano in tasca la verità, ma non ha la carità: “Quando avessi il dono della profezia… se avessi tanta fede da trasportare le montagne, se.. se… ma non ho la carità, non ho nulla (1 Cor. 13,1-3).
La finale – allora – per ciascuno dipende dall’accettare o no, di condividere la gioia degli angeli di Dio per ogni storia di fraternità e di figliolanza che ricomincia.

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Ce n’è abbastanza perché possiamo renderci conto del genere di uomini presi di mira della nostra parabola.
Gesù si rivolge a coloro che si reputano buoni servitori di Dio e sono incessantemente preoccupati di non trasgredire i suoi comandi. Essi sono convinti che una pietà così esemplare conferisca loro dei diritti, e non si scandalizzano per i peccatori (per cui provano solo disprezzo), ma si scandalizzano per la misericordia che Dio usa verso di loro.
Perché – se le cose stanno così- che maggior vantaggio avranno ‘ i giusti’? Se i peccatori sono i privilegiati della grazia, a che serve continuare a preoccuparsi di osservare i comandamenti?
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La festa di Dio non è facile. Nell’organizzare la festa il Padre si trova solo, non capito, persino biasimato. E’ la solitudine di Gesù nel farsi vicino ai perduti e di riflesso, è la solitudine dei peccatori. La Chiesa è invitata a diventare luogo di festa sincera per chi ha sbagliato, e mai luogo implacabile della legge. La Chiesa è invitata, da sempre, ma in particolare ora da Papa Francesco e nell’anno della Misericordia, a imparare la difficile arte di creare festa, attraverso l’offerta del perdono fino a settanta volte sette, organizzando la festa della vita anche là dove sembra impossibile, sanando e facendo risorgere, così come ha fatto Gesù.
Per capire e partecipare alla festa organizzata da Dio è necessario convertirsi al suo amore, vibrare in sintonia col suo cuore, guardare con i suoi occhi, lasciarsi attraversare e vitalizzare dal suo amore.


Il richiamo della tenerezza di Dio verso i peccatori – che la parabola rivolge ai farisei non è senza valore per noi.
Ci ricorda che non è possibile servire Dio senza partecipare all’amore che Egli porta ai nostri fratelli ( e a noi) anche e soprattutto se sono (se siamo) peccatori.
“se Dio ci ha amato così, noi pure dobbiamo amarci scambievolmente” (1 Gv.4,11).

La parabola ci pone allora una domanda: qual’è la nostra personale reazione all’atteggiamento del Padre? Tocca a noi dare la risposta che il figlio maggiore non ha dato: ha ragione il Padre o esagera verso il minore? Come giudichiamo la logica del Padre (che supera ampiamente la nostra)?
   Questa parabola ci aiuta davvero a chiederci, noi che amiamo Dio padre, quale immagine di Dio abbiamo.
Gesù ci interpella: a ciascuno di noi dare la risposta nel nostro cuore.

Preghiamo allora così:
“ Donaci, Signore, la fantasia di organizzare la tua festa con progetti positivi di rinnovamento; donaci luce e  coraggio di denunciare e lasciare tutto ciò che offende il fratello e lo allontana dal tuo amore; donaci di essere credenti, concordi e capaci di vera conversione al tuo amore e condividerlo nella festa.
Fa’ che la nostra vita sia profezia della tua festa” Amen.